Basta con la polizia dell’amore!

Dopo la vittoria di Per sempre sì al Festival di Sanremo, la canzone di Sal Da Vinci è finita al centro di una polemica culturale: alcuni commentatori l’hanno accusata di veicolare un immaginario amoroso “patriarcale” e troppo assoluto. Un dibattito che ha trasformato una semplice promessa d’amore in un caso sociologico nazionale.

La polemica scoppiata attorno a Per sempre sì, dice molto più del nostro tempo che della canzone stessa. Perché, a guardarla bene, non c’è nulla di scandaloso in quel testo. Non c’è violenza, non c’è dominio, non c’è minaccia. C’è semplicemente una cosa antichissima: un uomo che dice a una donna ti voglio sposare. Eppure questo basta, oggi, per scatenare analisi sociologiche, accuse di patriarcato, dissezioni simboliche come se fossimo davanti a un trattato ideologico e non a una canzone d’amore.

Il problema è che abbiamo sviluppato una sorta di metal detector morale che scatta ogni volta che qualcuno parla di amore senza tutte le cautele teoriche richieste dal clima culturale del momento. Se un uomo ama troppo, è possesso. Se promette per sempre, è oppressione. Se parla di matrimonio, è asimmetria simbolica. Così una promessa diventa un caso culturale e una dichiarazione d’amore finisce sotto interrogatorio. E allora viene da chiedersi in che mondo siamo finiti se persino dire “per sempre” genera paura.

La verità è che il romanticismo è diventato sospetto. Per secoli è stato uno dei grandi motori dell’immaginario europeo, la materia di cui sono fatti romanzi, poesie, melodrammi, promesse davanti a Dio e davanti alla vita. Oggi invece sembra quasi un comportamento da giustificare. Il paradosso è evidente: per anni abbiamo raccontato una società liquida, fragile, incapace di legami duraturi, una società che scappa dalle promesse e vive nel provvisorio permanente. Poi arriva una canzone che dice semplicemente “per sempre” e improvvisamente il problema diventa proprio quella parola.

E allora si scopre che il vero scandalo non è l’amore violento, che ovviamente esiste e va combattuto senza esitazioni, ma l’amore dichiarato, quello che osa dire che due persone vogliono restare insieme per tutta la vita. È come se la nostra epoca tollerasse qualsiasi forma di instabilità sentimentale ma provasse un certo imbarazzo davanti alla durata. La promessa sembra quasi una forma di arroganza. Come se l’essere umano non potesse più permettersi di dire “io resto”.

Eppure l’Italia reale, quella che non vive dentro le polemiche social, continua a emozionarsi davanti a una promessa. Continua a sposarsi, a festeggiare anniversari, a costruire famiglie, a pronunciare quella parola enorme che è “per sempre” sapendo benissimo che è una parola rischiosa. Perché promettere non è un gesto di potere. È un gesto di vulnerabilità. Significa esporsi alla possibilità di fallire, di soffrire, di dover mantenere quella promessa anche quando la vita diventa difficile. È forse l’atto più anti-cinico che esista.

Forse è proprio questo che oggi disturba. In un’epoca che ha fatto dell’ironia e della distanza emotiva una forma di protezione permanente, il romanticismo appare quasi imbarazzante. L’idea stessa di una felicità semplice – una casa, una famiglia, una promessa mantenuta nel tempo – sembra diventata sospetta. Eppure per secoli queste cose non sono state il simbolo dell’oppressione ma della civiltà. Hanno costruito comunità, storie familiari, memorie condivise.

Per questo una canzone come Per sempre sì appare quasi archeologica. Non perché non dica nulla di nuovo, ma perché ricorda qualcosa che molti hanno smesso di urlare ad alta voce. Che l’amore non è solo libertà. È anche scelta. È anche fedeltà. E a volte, con una certa incoscienza meravigliosa, è perfino la decisione di pronunciare la parola più grande che esista.

Per sempre.

Alle mie figlie, ai miei tesori

Ci sono incontri che ti cambiano senza che tu te ne accorga subito. Uno dei miei è stato con Alejandro Jodorowsky, filosofo, regista, scrittore, sciamano contemporaneo.
Lo vidi più volte, in anni diversi della mia vita, e ogni volta sembrava sapere già cosa avevo nel cuore prima ancora che io aprissi bocca.

Un giorno gli chiesi una cosa semplice, quasi banale:
“Come si fa a non perdersi nella vita?”

Non volevo una frase magica, né una parabola piena di simboli.
Volevo qualcosa che funzionasse davvero.

Lui chiuse gli occhi un momento, respirò come fanno i saggi che sanno sempre troppo e poi mi regalò tre idee che io, oggi, voglio lasciare a voi.


1. “Muoviti. Non aspettare di sentirti pronto.”

Mi disse che la gente rimpiange più ciò che non prova che ciò che sbaglia.
Che anche un passo incerto è meglio di mille pensieri perfetti rimasti nella testa.

Da allora ho capito che il futuro ama chi lo attraversa, non chi lo osserva.

Perciò, mie piccole grandi donne:
scegliete, tentate, partite.
Il coraggio non viene prima: viene dopo.


2. “Non desiderare cose che ti rimpiccioliscono.”

Mi spiegò che i desideri che parlano solo di noi stessi diventano gabbie.
Si restringono, soffocano, diventano stanze senza finestre.

Desiderate cose che allargano il mondo, non che lo stringono.
Cose che sollevano anche gli altri mentre sollevano voi.

La vittoria migliore è quella in cui nessuno perde.


3. “Non vivere nel personaggio che altri hanno scritto per te.”

Disse che ognuno di noi rischia di diventare ciò che gli altri si aspettano:
la figlia perfetta, la brava studentessa, la bella persona educata, la donna che “deve essere così”.

Una trappola sottile.

“Trova il tuo tono”, mi disse.
“La tua danza. La tua verità.”

E non permettete mai che il mondo vi faccia interpretare un ruolo che non avete scelto.


Le tre bussole che vi lascio

A volte la vita si farà pesante. Capiterà a chiunque.
E in quei momenti ricordatevi queste tre cose che lui regalò a me e che io ora regalo a voi:

Avanzare.
Allargare.
Essere vere.

Se saprete fare questo, figlie mie, non vi perderete.
E anche se vi capiterà — succede a ogni essere umano — saprete ritrovarvi.

Perché dentro di voi c’è una direzione che nessuno può spegnere.
È vostra. Solo vostra.
E io, per quanto lontano o vicino, sarò sempre lì a custodirla.

Con tutto l’amore che esiste,
Papà

Fuori dal Matrix, dentro la foresta

Un racconto sulla libertà e le sue conseguenze

Li chiamano “i selvaggi del Vastese”. Vivono tra le querce, con il vento che soffia nei capelli dei bambini e il sole che filtra come una benedizione laica. Non hanno mutui, non hanno bollette, non hanno ansia da scadenze, da Excel, da “password errata”. Hanno scelto la libertà. E in Italia, la libertà è un reato.

Lo Stato — che vive di bollette, di interessi, di rate, di multe, di assicurazioni, di contratti da firmare con la penna della resa — non sa come catalogarli. Una famiglia che non consuma non esiste, una famiglia che non produce tasse non respira. Non hanno la carta fedeltà della vita moderna, non ingrassano il maiale burocratico, non nutrono i partiti.

E allora sì, bisogna togliergli i figli.

Perché se non sei schiavo, sei pericoloso. Perché se non hai debiti, sei una minaccia. Perché se i tuoi bambini non conoscono la campanella, la merendina confezionata e l’ora di religione, allora stai “negando loro un futuro”. Il futuro. Questa parola ipnotica che ormai non vuol dire più nulla. Il futuro dei nostri figli è fatto di tablet, di doposcuola, di psicologi, di 40 ore a settimana in classe e altre 10 a casa, di diagnosi che diventano identità: DSA, ADHD, BES. Sigle come collane al collo. I genitori corrono, corrono sempre, taxi umani per figli esausti. E chiamano tutto questo “socializzazione”.

Intanto, nel bosco, tre bambini imparano che il pane nasce dalla farina, non dal supermercato. Che l’acqua si tira su da un pozzo, non da una bolletta. Che la notte non è buia: è viva. Eppure qualcuno, con la giacca grigia dell’istituzione, scrive che vivono “in isolamento”. Isolati da chi? Dai centri commerciali, forse. O dai notiziari a loop?

Certo, la loro favola non è perfetta. Verrà un giorno in cui quei bambini dovranno confrontarsi con il mondo degli altri. Sarà uno shock. La società li masticherà, e sputandoli dirà che erano “illusi”. Forse sì. Ma chi non lo è? Meglio essere illusi dal canto degli uccelli che dal jingle delle pubblicità. Si dice che non fanno homeschooling, ma “unschooling”. Che non seguono il programma del Miur. Ma forse non serve un decreto ministeriale per imparare la pazienza, la fatica, la cura. Forse sapere quanti sono gli stati dell’Unione Europea vale meno di sapere riconoscere un fungo velenoso — e, ironia della sorte, proprio un fungo velenoso ha fatto scattare la loro condanna sociale.

Li accusano di vivere fuori dal sistema. Io dico: magari avessimo tutti quel coraggio. Non è una storia di ribellione. È una storia di sottrazione. Sottrarsi all’eccesso, all’urgenza, al rumore. Sottrarsi al calendario, ai bonus, ai like, alle mail. Sottrarsi persino alla paura del domani. Ma lo Stato non sa cosa fare di chi non ha paura. E allora interviene: con i fascicoli, con le indagini, con la retorica della tutela. Perché l’unico cittadino “sano”, per lo Stato, è quello stanco, indebitato e connesso.

Forse un giorno li vedremo tornare in città, con lo sguardo basso e la libertà spenta come un falò dopo la pioggia. Forse no. Forse continueranno a vivere lì, tra il legno e il vento, e i loro figli sapranno che la vita non è fatta per essere amministrata, ma abitata. Io, intanto, li invidio. Hanno fatto ciò che noi sogniamo davanti a uno schermo: uscire dal Matrix.

E, almeno per ora, respirano.

Clicca e Vota! Come la Rivoluzione digitale potrebbe dare nuova linfa alla Democrazia in Italia

L’affluenza alle urne in Italia è ai minimi storici e ad ogni elezione si abbassa. Questo calo è dovuto a diversi fattori, tra cui la comodità della vita digitale e la disaffezione verso la politica. La democrazia digitale potrebbe essere la soluzione, con sistemi di voto online sicuri e incentivi alla partecipazione.

Negli annali della storia politica italiana, una data risplende sinistra: il 25 settembre 2022, una giornata che ha scosso le fondamenta della democrazia nel Bel Paese. In quella data, durante le elezioni politiche, soltanto il 64 per cento degli elettori ha espresso il proprio voto per rinnovare i membri del Parlamento. È un dato allarmante, rappresentativo della più bassa affluenza mai registrata nella storia repubblicana italiana e, significativamente, anche la più bassa tra i quattro grandi Paesi dell’Unione Europea (Francia, Spagna, Italia e Germania).

La caduta nell’abisso della partecipazione politica non è avvenuta in un sol colpo, bensì è stata un processo graduale, ma costante. Nel corso degli ultimi 77 anni, dall’istituzione della Repubblica Italiana, l’affluenza alle urne ha subito una spirale discendente, con poche eccezioni. E in generale a ogni elezione politica l’affluenza si abbassa.

Tale tendenza, purtroppo, non è confinata alla storia italiana. È parte di un mood più ampio che coinvolge molti paesi occidentali, dove l’apatia o la non partecipazione alla politica è diventata una sorta di norma.

Sebbene molti possano interpretare la bassa affluenza come una manifestazione di disaffezione politica, un’analisi più attenta rivela una verità sorprendente. Attraverso un’indagine dei commenti online e delle opinioni espresse dagli elettori mancati, emerge una spiegazione del tutto diversa: la comodità della vita digitale.

L’avvento dell’era COVID ha radicalmente trasformato il nostro modo di vivere, lavorare e persino partecipare alla vita politica. Lo SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale) ha reso possibile svolgere molte attività burocratiche online, eliminando la necessità di recarsi fisicamente agli uffici. Perché, dunque, gli elettori dovrebbero sentirsi motivati a votare in un luogo fisico quando potrebbero farlo comodamente dal proprio smartphone?

Questo fenomeno non dovrebbe essere visto come un sintomo di apatia politica, ma come una richiesta di innovazione nel sistema democratico. La democrazia digitale potrebbe essere la chiave per invertire questa tendenza, rendendo il processo di voto più accessibile e conveniente per tutti.

Per affrontare la bassa affluenza alle urne e promuovere una democrazia più inclusiva, è necessario adottare una serie di misure:

  1. Voto Online Sicuro: Investire nello sviluppo di sistemi di voto online sicuri e affidabili, garantendo la privacy e l’integrità del processo elettorale.
  2. Educazione Civica Digitale: Promuovere la consapevolezza e l’educazione civica digitale per garantire che i cittadini siano informati sui loro diritti e responsabilità nel contesto della democrazia digitale.
  3. Incentivi alla Partecipazione: Introdurre incentivi per incoraggiare la partecipazione al voto, come sconti fiscali o premi per coloro che esercitano il loro diritto democratico.
  4. Accesso Universale alla Tecnologia: Garantire che tutti abbiano accesso a dispositivi e connessioni internet affidabili per partecipare al processo di voto online.

In conclusione, la bassa affluenza alle urne non è solo un problema, ma anche un’opportunità per ridefinire il concetto stesso di democrazia nel mondo digitale. Attraverso l’innovazione e l’adattamento, possiamo costruire una democrazia più partecipativa e inclusiva che rispecchi le esigenze e le preferenze dei cittadini moderni.

Breve Storia dell’Empatia, l’arte sottile di abbracciare le anime

L’Empatia è il filo rosso che unisce culture antiche e modernità, svelando i segreti del cuore umano attraverso riflessioni millenarie e scoperte psicologiche. Un viaggio avvincente tra antiche filosofie e neuroscienze, per comprendere e coltivare la compassione nel mondo odierno.

Partiamo adesso per un viaggio astratto tra le intricate sinapsi delle culture antiche, navigando le correnti del pensiero esoterico e le profondità della psicologia contemporanea per narrare di Empatia. La sublime capacità di percepire e condividere i sentimenti altrui, che radica i suoi filamenti nell’antichità, intrecciandosi con le trame delle tradizioni ancestrali e le sottigliezze della riflessione filosofica d’ogni tempo.

Nelle società arcaiche, l’empatia s’insinua come un cardine per la coesione sociale e l’equilibrio individuale. Nell’antico Egitto, il principio di Ma’at, manifestazione dell’armonia cosmica, abbraccia la compassione e la comprensione verso il prossimo. I faraoni, ritenuti divinità incarnate, sono chiamati a governare con saggezza ed empatia, dispensando giustizia e benevolenza al popolo.

Anche la concezione greca di Philia, un’amicizia profonda e virtuosa, poggia sull’intercomprensione e il supporto emotivo reciproco. Aristotele, nelle sue disquisizioni etiche, riconosce nell’empatia un elemento cardine dell’intelligenza emotiva, consentendo la decodifica delle motivazioni e delle azioni altrui.

Le tradizioni orientali offrono ulteriori spunti sulla natura dell’empatia. Nel Buddhismo, il concetto di Karuna, compassione attiva, emerge come pilastro fondamentale del percorso verso l’illuminazione. I bodhisattva, esseri illuminati che rinunciano alla liberazione per soccorrere gli altri, incarnano l’essenza più pura dell’empatia.

Il termine “empatia”, nella sua accezione moderna, fa il suo debutto relativamente recente. La sua prima attestazione risale al 1897, quando lo psicologo tedesco Theodor Lipps lo conia per tradurre il termine inglese “Empathy“, derivato dal greco empatheia, una fusione di en (dentro) e pathos (sentimento). Lipps impiega il termine per descrivere la capacità di immergersi nei sentimenti altrui, percependoli come propri.

La moderna psicologia, pur radicandosi nella tradizione filosofica greca, subisce notevole influenza dalla cultura ebraico-babilonese. Il concetto di Chesed, presente nella Torah, evoca la misericordia e la benevolenza verso i più deboli, idee che si riflettono nella nozione moderna dell’empatia come abilità di condividere la sofferenza altrui.

L’empatia si erge come un ponte tra passato e presente, connettendo le antiche speculazioni filosofiche con le attuali scoperte della psicologia. Le antiche culture ci offrono una profonda comprensione dell’empatia come fondamento umano, mentre la psicologia moderna rivela i meccanismi cerebrali e sociali che ne governano l’espressione.

Gli studi neuroscientifici evidenziano come l’empatia coinvolga diverse regioni cerebrali, tra cui l’amigdala, sede delle emozioni, e i neuroni specchio, che consentono la simulazione delle azioni e delle sensazioni altrui. Inoltre, la psicologia sociale indaga sul ruolo dell’apprendimento e dell’ambiente nello sviluppo dell’empatia.

In un mondo sempre più interconnesso, l’empatia assume una rilevanza crescente. La capacità di comprendere e condividere le emozioni altrui si rivela cruciale per la costruzione di relazioni significative, la risoluzione pacifica dei conflitti e la promozione di una società più equa e compassionevole.

L’empatia, dunque, si erge come un faro di speranza in un’epoca contrassegnata dall’individualismo e dalla competizione, guidandoci verso un futuro caratterizzato dalla solidarietà e dall’umanità.

Alcune note aggiuntive:

  • I Neuroni specchio sono un tipo di cellula cerebrale che si attiva sia quando eseguiamo un’azione che quando osserviamo qualcun altro eseguirla. Si pensa che i neuroni specchio svolgano un ruolo importante nell’empatia, consentendoci di simulare le azioni e le sensazioni altrui.
  • L’Apprendimento sociale è il processo mediante il quale impariamo osservando e interagendo con gli altri. L’apprendimento sociale svolge un ruolo importante nello sviluppo dell’empatia, poiché ci insegna come comprendere e rispondere alle emozioni altrui.

Dal Golem all’IA: Riflessioni su Tecnologia, Identità Ebraica e Responsabilità

Il legame tra il Golem e l’IA ci spinge a riflettere non solo sulle potenzialità della creazione umana, ma anche sulla responsabilità morale ed etica che ne deriva.

Introduzione

Nel panorama contemporaneo dell’Intelligenza Artificiale (IA), si intrecciano fili insospettati con l’identità ebraica, affondando quest’ultima le radici in antiche tradizioni di creazione soprannaturale e conseguente disamina sulla responsabilità umana. L’evocazione del Golem, גולם‎, un’entità mitica forgiata per proteggere gli ebrei dalle persecuzioni, si confronta con la realtà odierna, in cui lo Stato d’Israele, pioniere nello sviluppo dell’IA, impiega tali strumenti per affrontare le sfide di sicurezza del XXI secolo, tra lo sconcerto delle Genti. In questo scritto, tenteremo un’esplorazione del parallelismo tra Golem e IA, scrutando il legame tra il Sefer Yetzirah, ספר יצירה‎, antichissimo testo ebraico precursore degli algoritmi odierni e la moderna corsa tecnologica, mentre esaminiamo il delicato equilibrio tra potere e responsabilità nell’uso dell’IA.

Il Golem e la Responsabilità dell’Imitazione Divina

La leggenda del Golem affonda le sue radici nella tradizione ebraica medievale – con ovvi rimandi alla scuola talmudica babilonese, ove alcuni rabbini, depositari di un sapere mistico, plasmarono esseri di argilla animati per difendere le comunità ebraiche dagli attacchi esterni. Tuttavia, la creazione del Golem non è priva di implicazioni morali ed etiche. Richiamando il concetto di Tikkun Olam, תיקון עולם‎ (la responsabilità di riparare e perfezionare il mondo), i rabbini mistici si trovarono ad affrontare il dilemma di impiegare il potere divino per fini terreni. La creazione del Golem era un atto di imitazione divina, un tentativo di replicare il potere creativo attribuito a D_o stesso.

Analogamente, l’IA odierna rappresenta una potente manifestazione della capacità umana di creare a propria immagine e somiglianza. Le tecnologie di intelligenza artificiale, alimentate da algoritmi sofisticati e dati vasti, possono essere considerate come una sorta di discendenti tecnologici del Sefer Yetzirah. Questo antico testo ebraico, che risale a tempi immemorabili, espone una visione dell’universo come un’opera creata attraverso la parola e il suono. Così come gli algoritmi dell’IA elaborano informazioni per generare risultati desiderati, i rabbini antichi credevano che le lettere e le parole fossero gli strumenti fondamentali attraverso i quali HKBH – la Divinità – creò il mondo. Questa connessione non è meramente metaforica, ma suggerisce una similitudine strutturale e concettuale tra il processo creativo divino e quello umano, incarnato nel processo di sviluppo e implementazione delle tecnologie di intelligenza artificiale.

La Parola come Fondamento della Creazione

Nel Sefer Yetzirah, la parola è considerata l’elemento primordiale della creazione. I mistici antichi riflettevano sulla potenza intrinseca delle lettere e delle parole nel plasmare la realtà stessa. Questo concetto risuona nelle moderne tecnologie di intelligenza artificiale, dove l’elaborazione del linguaggio naturale e l’analisi semantica sono centrali per molte applicazioni, come i motori di ricerca, i sistemi di traduzione automatica e gli assistenti virtuali. L’IA pare trarre ispirazione dalla visione del Sefer Yetzirah che vede la parola come un mezzo attraverso il quale l’essenza del mondo può essere compresa e manipolata.

Tuttavia, così come i rabbini del passato si confrontavano con il rischio di perdere il controllo di ciò che avevano appena creato, così anche i creatori di IA si trovano di fronte a sfide simili riguardo alla gestione e al controllo delle loro creazioni. La responsabilità morale ed etica nell’uso dell’IA diventa quindi cruciale, richiedendo una riflessione profonda sulle implicazioni delle nostre azioni.

Dal Golem all’IA e la Moderna Realpolitik

L’uso dell’IA da parte dello Stato d’Israele nel contesto della sicurezza nazionale può essere considerato un’estensione contemporanea del mito del Golem. Mentre il Golem medioevale proteggeva le comunità ebraiche dagli attacchi esterni, l’IA militare moderna cerca di difendere Israele dalle minacce dei gruppi terroristici islamisti. Tuttavia, questa analogia solleva interrogativi cruciali riguardo all’equilibrio tra sicurezza e libertà, tra difesa e rispetto dei diritti umani.

Il moderno Golem chiamato IA, con la sua capacità di analisi dati e di azione autonoma, richiama l’attenzione sulla sua potenziale autonomia e la seguente possibile perdita di controllo umano. Come i rabbini medievali, gli sviluppatori di tecnologia IA devono confrontarsi con il dilemma dell’autonomia e della responsabilità. La tecnologia IA, se non controllata adeguatamente, potrebbe trasformarsi in un’entità sfuggente, oltre il controllo umano.

Riflessioni su possibili implicazioni Etiche

La tradizione ebraica pone l’accento sulla responsabilità umana di utilizzare la tecnologia per il bene e di evitare di creare entità che potrebbero sfuggire al controllo umano. Il Golem, in questo senso, rappresenta un monito sull’uso responsabile della tecnologia e sulla necessità di mantenere il controllo sulle nostre creazioni.

L’IA odierna, con il suo potenziale immenso, richiede un’analoga attenzione all’etica e alla responsabilità. La creazione di sistemi di IA che siano al servizio del bene comune e che rispettino i principi di dignità umana e libertà è fondamentale. 

Conclusioni

Il legame tra il Golem e l’IA ci spinge a riflettere non solo sulle potenzialità della creazione umana, ma anche sulla responsabilità morale ed etica che ne deriva. L’ebraismo mistico è stato storicamente all’avanguardia nell’esplorare il rapporto tra l’uomo e il divino e la sua eredità potrebbe continuare a informare il nostro approccio all’innovazione tecnologica, compresa l’intelligenza artificiale.

Pertanto, mentre Israele si impegna a proteggere la sua sicurezza utilizzando tecnologie all’avanguardia, è fondamentale che mantenga un saldo impegno verso i valori morali ed etici che hanno caratterizzato la storia del suo popolo, da sempre rispettoso dei principi fondamentali della dignità umana e della libertà altrui.

Glossario:

Intelligenza Artificiale (IA): branca dell’informatica che si occupa di creare sistemi in grado di simulare l’intelligenza umana.

Ebraismo: religione monoteista che ha avuto origine in Medio Oriente circa 3.500 anni fa.

Golem: creatura leggendaria della tradizione ebraica, modellata dall’argilla e animata da incantesimi magici.

Sefer Yetzirah: antico testo ebraico che descrive la creazione dell’universo attraverso la parola e il suono.

Tikkun Olam: concetto ebraico che significa “riparare il mondo” e si riferisce all’obbligo di migliorare il mondo attraverso le proprie azioni.

Responsabilità Etica: l’obbligo di agire in modo moralmente corretto e di considerare le implicazioni delle proprie azioni sugli altri.

Sicurezza Nazionale: la protezione di una nazione da minacce esterne e interne.

Stato d’Israele: nazione situata nel Medio Oriente, fondata nel 1948 come patria ebraica.

Creazione Artificiale: la creazione di entità artificiali, come l’intelligenza artificiale, da parte dell’uomo.

Dignità Umana: il valore intrinseco e il rispetto che ogni essere umano merita, indipendentemente dalle sue caratteristiche o azioni.

Antonio Rosamondo, Giusy Rosamondo e Damiano Laterza. Istanbul, 2006

Caro Antonio

Come nasce il Premio Giornalistico dedicato alla memoria di Antonio Rosamondo (1939-2008)

Ogni volta che sollevo la penna per scrivere il tuo nome, sento un misto di emozioni che è difficile esprimere con parole semplici. Sei stato più di un mentore per me; sei stato il faro che ha illuminato il mio percorso nel mondo del giornalismo e oltre. Mi hai insegnato molto più di quanto qualsiasi manuale potesse mai fare. Hai condiviso con me non solo le tecniche e le abilità del mestiere, ma hai plasmato il mio modo di vedere il mondo, la mia etica professionale e persino il mio essere.

Ricordo ancora i giorni trascorsi tra le righe delle tue storie, mentre mi guidavi con saggezza attraverso l’arte di raccontare. Hai incarnato l’essenza stessa del giornalismo, quella ricerca incessante della notizia, quella voce per coloro che non hanno voce, quella luce che illumina gli angoli più oscuri della società. Hai visto il giornalismo non solo come un lavoro, ma come una missione, un dovere verso la verità e la giustizia.

La tua terra, Bernalda, in provincia di Matera, era più di un luogo fisico per te; era una fonte infinita di ispirazione e conoscenza. Hai portato avanti il suo spirito con ogni articolo, ogni reportage che hai scritto. Hai raccontato storie che hanno catturato l’anima della tua città natale, trasformandola in parole che hanno toccato il cuore di chiunque le leggesse.

Ora, mentre rifletto sul tuo impatto duraturo, sento il desiderio profondo di onorare la tua memoria in modo significativo. È per questo che ho deciso, insieme alle tue figlie, Paola e Maria Giusy, di istituire un premio alla tua memoria. Un premio che non solo celebri il tuo straordinario contributo al giornalismo, ma che porti avanti il tuo spirito di dedizione e passione per la verità.

Il premio, che prenderà il nome di “Premio Antonio Rosamondo per il Giornalismo”, sarà destinato a uno studente della Scuola di Giornalismo di Perugia. Speriamo che questa borsa di studio possa ispirare e sostenere la prossima generazione di giornalisti, affinché possano camminare sulle tue orme e continuare il tuo nobile lavoro.

Antonio, il tuo legato non sarà mai dimenticato. Le tue parole continuano a risuonare nei cuori di coloro che ti hanno conosciuto e amato. Il tuo spirito vive in ogni articolo che scriviamo, in ogni storia che raccontiamo. Grazie per tutto ciò che hai fatto per me, per noi, e per il mondo intero.

Con affetto e gratitudine eterna,

D