La Motivazione: Il Vero Motore del Nostro “Buoncammino”

di Maria Giusy Rosamondo

299 parole, tempo di lettura 2 minuti

Spesso ci chiediamo cosa manchi davvero nella vita di chi sembra “trascinarsi” senza una meta. Guardando il nuovo film di Checco Zalone, Buen Camino, emerge un aspetto che come psicologa e come persona mi sta molto a cuore: la mancanza di una reale motivazione trasforma l’esistenza in una recita superficiale, dove si sperpera il tempo (e non solo il denaro) in attesa di un senso che non arriva mai.

Il protagonista ci mostra chiaramente questo vuoto: è il classico “figlio di papà”, un vitellone che vive di inerzia. Ma il film ci insegna che il cambiamento non è un miracolo, è un processo. È solo attraverso il cammino — inteso come fatica, condivisione e riscoperta dei legami — che nasce una motivazione diversa.

Senza la motivazione giusta non si riesce a fare un giusto percorso.

Ma da dove nasce questa spinta? La riflessione centrale che dobbiamo porci è che la motivazione è strettamente determinata dai nostri sogni. È il sogno a definire la meta: senza un desiderio profondo da inseguire, la motivazione resta un motore spento. Coltivare i propri sogni non è un esercizio astratto, ma un atto di salute psicologica, perché è proprio verso quel sogno che orientiamo i nostri passi e troviamo l’energia per superare le difficoltà.

Questo concetto diventa potente quando vediamo il padre del protagonista, malato terminale. La sua ripresa non è solo clinica, è emotiva: quando vede che il figlio finalmente “prende in mano” la sua vita, realizzando un nuovo scopo, si riaccende in lui quella scintilla vitale che era spenta.

Con l’Associazione Laterza Rosamondo APS, lavoriamo proprio su questo: insegniamo a coltivare nuovamente i propri sogni per ritrovare quella motivazione che permetta di non essere più spettatori superficiali della propria vita, ma protagonisti consapevoli del “buon” cammino che serve per realizzarli.

Perché i ragazzi di oggi temono così tanto di “essere cringe”?

Negli ultimi anni, nelle conversazioni con le adolescenti che seguo – comprese le mie figlie e le loro amiche – è emerso con forza un termine nuovo: “cringe”. Per loro significa qualcosa di più profondo di “imbarazzante”: è la paura di essere giudicate, di mostrarsi, di esporsi. La parola stessa è diventata uno specchio di un vissuto più complesso, profondamente intrecciato con l’esperienza digitale della loro generazione.

La cultura digitale e l’evitamento del giudizio

Oggi i giovani non vivono i social come facciamo noi boomer: non pubblicano continuamente post o selfie e tendono a evitare contenuti troppo personali o espressivi. Questo fenomeno è stato osservato anche nella cultura online, dove molti adolescenti preferiscono profili senza post pubblici, o condividono contenuti solo in cerchie ristrette o a tempo, per evitare l’attenzione diretta di un pubblico ampio e giudicante.

In questo contesto, l’idea di “essere cringe” non è solo imbarazzo: è una paura sociale anticipatoria di essere criticati, derisi o fraintesi. Questa ansia di giudizio può contribuire a una forma di autocensura, dove i ragazzi si trattengono dal fare, dire o mostrare cose che li renderebbero vulnerabili.

Non solo timidezza: l’effetto sociale dei media

La ricerca psicologica indica che il confronto sociale costante nei social media può portare gli adolescenti a sentirsi insicuri sull’immagine che presentano, confrontandosi con versioni idealizzate di altri coetanei. Questo processo di social comparison può alimentare ansia sociale e paura di apparire “strani” o non accettati.

Non si tratta necessariamente di un disturbo clinico come la fobia sociale, ma di una forma diffusa di ansia da prestazione sociale, esacerbata dall’esposizione digitale: parlare in pubblico, pubblicare una foto o anche solo dire qualcosa di personale può sembrare rischioso.

Il ruolo del linguaggio generazionale

Il termine cringe è entrato nello slang dei giovani proprio perché descrive una sensazione condivisa: qualcosa di così imbarazzante da far provare una reazione corporea di disagio. Ma la società digitale ha amplificato questa esperienza: il rischio che un’azione venga catturata, commentata o condivisa rende ogni espressione più “pubblica” e meno privata.

Questo non significa che i ragazzi non siano creativi o non vogliano esprimersi. Piuttosto, hanno sviluppato un’ipervigilanza sociale: sono molto consapevoli dell’opinione altrui e spesso preferiscono restare in zone sicure, evitando di esporsi apertamente.

Una nuova forma di autenticità

Paradossalmente, molti giovani usano questa avversione per il cringe come una forma di autenticità: non perché temano l’imbarazzo fine a sé stesso, ma perché vogliono evitare l’artificio, il falso o l’esibizionismo. In alcune comunità online, l’attenzione si è spostata da un’esposizione continua alla ricerca di connessioni sincere, piccole cerchie di fiducia, comunicazioni private o semi-private.

Conclusione: tra timidezza e nuova socialità

Questa paura di essere cringe, sebbene sembri un fenomeno di costume, riflette ansie sociali reali e profonde. Non è soltanto timidezza adolescenziale: è il segno di una generazione che sta navigando l’autenticità e la vulnerabilità in un ambiente digitale iper-esposto.
Per noi adulti e genitori, il compito non è eliminare la paura, ma comprenderla e accompagnare i ragazzi a esplorare la loro espressione con coraggio, consapevolezza e capacità critica, ricordando sempre che esprimersi non è sinonimo di essere giudicati, ma di essere – semplicemente – umani.

elogio della contemplazione

Elogio della contemplazione ovvero l’arte di non fare nulla

Ieri sono andata in piscina, come tutte le settimane.

Sono uscita di casa con il mio zainone e arrivata nello spogliatoio, mi rendo conto di aver dimenticato la borsa in cui metto gli effetti personali e naturalmente il telefono.

Mi sono detta: “Poco male, vado in piscina, lì non mi serve e poi, non succederà niente di urgente se per qualche ora mi disconnetto dal mondo”.

L’ho fatto, anche se un po’ stranita dal fatto che poteva esserci qualche imprevisto di cui rimanevo ignara.

Mi rivesto dopo la concitata lezione di Acquagym e aspetto nel cortile, che mio marito mi raggiunga per andare a casa.

Rimango lì, un po’ confusa, con l’istinto di prendere un telefono che non c’era, per ottimizzare il tempo e fare qualcosa in arretrato – vedere messaggi di pazienti, controllare appuntamenti, rivedere relazioni o leggere gli infiniti messaggi delle chat di classe…

Non mi rimane altro che guardarmi intorno, godere di quel caldo sole di maggio e rilassarmi, per una volta senza nulla da fare.

Che sensazione strana!

Nulla da fare, solo aspettare, senza possibilità di coprire quel tempo con altre attività.

E così mi sono goduta il momento: ho liberato la mente, ho assaporato la brezza calda che arrivava e mi sono messa ad osservare quello che facevano le persone intorno.

Mi sono soffermata sui loro atteggiamenti, le voci, gli sforzi e anche i loro sguardi persi. Nessuno cercava quello dell’altro, ognuno preso dalla sua attività.

Saranno passati 10 minuti così.

Mio marito è arrivato, riconnettendomi al mondo.

Sono andata via anche un po’ dispiaciuta di aver interrotto quel momento regalato.

Eppure sono stata tutto il giorno a pensare che non siamo più abituati ai tempi morti, a non fare nulla, perchè anche quando non c’è niente da fare, ci prendiamo il telefono e troviamo comunque il modo di fare qualcosa: una mail di lavoro, una chat, un giochino, un video…

Non siamo abituati ad aspettare e tutto è talmente frenetico che siamo stanchi anche senza fare nulla di produttivo.

Siamo sempre connessi e sempre con qualcosa da fare, che non tolleriamo più un tempo di attesa.

L’attesa aiuta ad osservare, a pensare, a relazionarci, ad inventarsi qualcosa di nuovo.

Abbiamo perso la capacità di fermarci e aspettare.

Ma dovremmo ritrovarla.

Che cosa accade alla coppia con l’arrivo di un figlio?

di M. Giusy Rosamondo

Esplora il caotico ma emozionante viaggio della genitorialità attraverso gli occhi di una coppia alle prese con l’arrivo di un bambino. Da una tempesta di cambiamenti a un nuovo equilibrio di coppia, scopri come affrontare sfide emotive e ridefinire l’intimità dopo la nascita. Attraverso consigli pratici e riflessioni profonde, questo articolo offre preziose prospettive sulla crescita della famiglia e sul mantenimento di una connessione duratura.

Per la coppia, è una vera e propria tempesta quando arriva un bambino. E’ un’esperienza dirompente che stravolge tutte le vecchie abitudini. La coppia deve ridefinire il rapporto e rimodulare il tempo e lo spazio da vivere insieme. Come ogni novità, c’è bisogno di tempo affinché ci si abitui.

Non a caso parlo di tempesta perché nonostante tutti i preparativi che ci posso essere stati, i corsi preparto o i consigli di famigliari e amici, ci si sentirà comunque travolti da questo lieto evento. 

La neomamma e il neopapà si sentono di colpo investiti dalla responsabilità di badare ad un esserino che dipende in tutto e per tutto da loro e quindi la coppia viene messa per un po’ in secondo piano. C’è un’emergenza molto grossa da fronteggiare, quindi il resto deve aspettare.

Spesso il marito si sente trascurato perché la donna è inevitabilmente investita dal ruolo di mamma, più che di moglie. Come si può equilibrare i sentimenti in modo corretto? E quanto secondo lei dovrebbe durare questo attaccamento spesso morboso della mamma nei confronti del figlio?

E’ indubbio che la mamma sia coinvolta in maniera più totalizzante dal primo momento di vita del bambino. Questo perché la mamma ha iniziato a costruire questo rapporto nei mesi precedenti, quando il figlio era nell’utero. Il papà invece inizia a conoscere il figlio dal momento della nascita. E anche allora non riesce a stabilire un vero contatto, dato che il rapporto madre-figlio rimane esclusivo per i mesi a seguire. L’allattamento intensifica questo rapporto e in un certo senso esclude un po’ il papà, se non altro per la logistica, dato che non può essere l’agente di cure, non avendo il latte. 

Il papà riesce a instaurare un vero rapporto solo con lo svezzamento, il primo passo verso un’autonomia che si andrà costruendo pian piano nel tempo.

Potrebbe sembrare un attaccamento morboso, ma nei primi mesi di vita, questo attaccamento fusionale tra madre e bambino, è fisiologico e serve per una crescita sana e serena, in cui il padre è messo un po’ da parte. 

In realtà spesso gioca un meccanismo di doppia gelosia, sia nei confronti della partner che del figlio. Insomma il papà si sente estromesso da tutto.

Compito della mamma naturalmente è coinvolgere il papà dapprincipio: farlo sentire partecipe, delegare quello che si può ed esprimere ciò che si prova. Per esempio, un errore è escludere il papà dal cambio del pannolino o dal bagnetto. Il bambino entra in contatto con chi si prende cura di lui, quindi il papà deve partecipare a queste routine che pian piano lo introducono ad un rapporto con il figlio. Il papà, così facendo, esercita la sua paternità, e non come si credeva un tempo che “aiuta la mamma”.  La mamma vedrà così nel marito un alleato e non si sentirà sola a gestire questa grossa responsabilità, facendo evolvere anche il rapporto di coppia ad un livello più alto.

La stanchezza prende il sopravvento, coccole e abbracci vengono sostituiti con la corsa per andare a riposarsi. Esiste una ricetta per “sopravvivere” come coppia?

Naturalmente più la coppia è solida, più riuscirà a ristabilire un equilibrio. Il problema spesso è quando il bambino viene triangolato nei problemi di coppia e viene usato come pretesto per allontanarsi. Ci sono mamme che sostituiscono il proprio uomo col figlio, in un rapporto esclusivo in cui non c’è spazio per il papà. Questo perché l’iniziale rapporto fusionale che fisiologicamente dovrebbe evolvere, rimane bloccato, naturalmente creando un danno nella coppia, ma anche e soprattutto al bambino. Ma questo dipende molto dal rapporto che si ha prima del lieto evento. E’ indubbio, comunque, che ci sono grossi cambiamenti e bisogna essere pronti a seguirli.

E’ pur vero che i ritmi cambiano molto, a partire dal ciclo sonno-veglia, per cui ogni volta che il piccolo si placa, può essere il momento giusto per riposarsi. La stanchezza è talmente tanta che predomina sull’intimità di coppia. 

Non ci sono ricette per sopravvivere a questa fase, ma sicuramente qualche consiglio si può dare. Per primo avere molta pazienza, cercando di contestualizzare il periodo e non generalizzare ciò che avviene. E’ il periodo iniziale di assestamento e bisogna capire come trovare il modo di ricostruire uno spazio che è stato invaso. Sicuramente non bisogna aspettarsi che tutto ritorni come prima, ma creare qualcosa di nuovo nella coppia, che la porti avanti perché tornare indietro è utopistico.

Infine, quanto il sesso è importante perché si mantengano gli equilibri?

Il sesso è sempre molto importante nella coppia, come momento di intimità a tutto tondo. Naturalmente dopo la nascita di un figlio ci sono tempi tecnici affinché questa intimità possa essere ripristinata. Spesso la mamma stenta a ritrovarsi nel ruolo di partner sessuale, troppo coinvolta nel ruolo di mamma. Sicuramente non bisogna avere fretta, ma riprendere un dialogo con il proprio partner, ricominciare a sentirsi di nuovo donna, staccandosi un po’ dal piccolino e riprendendo vecchie abitudini o trovandone di nuove.

Ribellione adolescenziale

di M. Giusy Rosamondo

Una scenetta alquanto usuale è vedere madre e figlia che litigano sull’abbigliamento da indossare: magari la minigonna molto corta, il pantalone strappato in punti impropri, e il genitore cerca di richiamarla al decoro.

L’abbigliamento, ma anche l’orario di rientro, non voler seguire le regole, insomma tutto può essere un pretesto per accendere un’aperta ribellione verso i genitori. 

Siamo naturalmente nell’adolescenza, quel periodo che tanto spaventa mamma e papà, che si sentono deprivati dei loro dolci bambini e al loro posto ci trovano ragazzini musoni, irrispettosi e dediti al NO.

I genitori sono spaventati da questa ribellione e chiusura, proprio perché non riconoscono più i loro figli. Ma questi ragazzi sono alla ricerca della propria identità di adulti, si sentono forti nel gruppo dei pari e devono rompere necessariamente schemi e modelli precostituiti, per capire chi sono. 

Se seguissero pedissequamente il modello dei genitori sarebbero dei cloni privi di una propria identità. Quindi la ribellione adolescenziale diventa un processo fisiologico e, in quanto tale, non deve spaventare.

Le parole chiave sono ASCOLTO, DIALOGO, NEGOZIAZIONE. 

Gli adolescenti vivono le emozioni con una forte intensità. E’ per questo che fin da piccoli si deve insegnare loro ad utilizzare il linguaggio emozionale e soprattutto codificare le emozioni, anche quelle brutte, per non sentirsene sopraffatti.

Il muro contro muro non serve, ci si deve abituare ad ascoltare le loro esigenze e non essere rigidi. Il NO secco allontana, la negoziazione apre uno spiraglio di dialogo.

E’ importantissimo poi spiegare le regole e non imporle. Inoltre, non mettersi mai a livello dei figli, e mantenere sempre una lucidità anche quando i ragazzi sono in preda alle emozioni. Il genitore amico non funziona, ma funziona il genitore aperto ad ascoltare e dialogare.

Roma, 30 marzo 2017