“PIANGI CHE TI PASSA”: intervista doppia a Maria Giusy Rosamondo e Damiano Laterza

Come nasce un laboratorio di lacrime per adulti, perché può essere divertente e perché, in fondo, piangere è una cosa molto seria

Ci sono idee che nascono da un progetto, altre da una battuta. Alcune da una necessità. “Piangi che ti passa” sembra nascere un po’ da tutte e tre le cose insieme.

La Dott.ssa Maria Giusy Rosamondo, psicologa psicoterapeuta, e Damiano Laterza, giornalista e scrittore, hanno costruito per l’Associazione Laterza Rosamondo APS un laboratorio dedicato a un gesto semplicissimo, universale eppure stranamente complicato da adulti: piangere.

Non un corso per imparare a piangere a comando. Non una gara di vulnerabilità. E neppure una seduta collettiva mascherata da evento.

Piuttosto un esperimento che diventi esperienza: usare gioco, scrittura, immagini, corpo, psicologia e cultura per capire che rapporto abbiamo costruito con le nostre emozioni e con le lacrime che spesso impariamo a trattenere.

Li abbiamo intervistati insieme.

Partiamo dal titolo. “Piangi che ti passa”. È una provocazione?

Giusy Rosamondo: Assolutamente sì. Il titolo gioca con una frase popolare che tutti conosciamo, ma in realtà la domanda vera è: passa davvero? Non sempre. Il pianto non è una medicina automatica e non è neppure un risultato da ottenere. Ci interessava però rimettere in discussione l’idea opposta, cioè che piangere sia qualcosa da evitare, controllare o di cui vergognarsi.

Damiano Laterza: E poi serviva un titolo che non sembrasse quello di un convegno alle nove del mattino in una sala senza finestre. Se avessimo scritto “Percorso integrato di esplorazione psicoemotiva del comportamento lacrimale”, probabilmente non sarebbe venuto nessuno. “Piangi che ti passa” almeno ti costringe a fermarti un secondo.

Com’è nata concretamente l’idea?

Giusy: Da un’osservazione molto semplice: tantissimi adulti hanno imparato molto presto a trattenere. Da bambini ci si sente dire “non piangere”, “non fare storie”, “ormai sei grande”, “sei troppo sensibile”. Sono frasi spesso dette senza cattiveria, magari persino con l’intenzione di rassicurare. Ma il messaggio che può arrivare è: questa emozione qui non va bene.

Damiano: E allora ci siamo chiesti: ma dove vanno a finire tutte le emozioni che non facciamo vedere? Se non escono dagli occhi, escono da qualche altra parte? Nella mandibola? Nello stomaco? Nel sarcasmo? Nel bisogno di cambiare discorso? Nel famoso “sto bene” detto con la faccia di uno a cui è appena crollato il mondo addosso?

Giusy: Esatto. Il laboratorio nasce da lì. Non dal bisogno di far piangere le persone, ma dal desiderio di osservare cosa succede quando arriva un’emozione e noi abbiamo imparato a dirle: “No, tu no”.

Quindi non sarà una serata triste?

Damiano: No, e questa è una delle cose a cui teniamo di più. Il tema è serio, ma la serata non deve essere pesante. Ci sarà una dimensione di gioco, sorpresa, scrittura, piccoli esperimenti, immagini, teatro. L’idea è che si possa parlare di vulnerabilità senza trasformare tutto in un funerale.

Giusy: Ridere e commuoversi non sono contrari. Anzi. Il gioco abbassa alcune difese e permette di osservare meglio ciò che accade. Però senza forzare. La regola fondamentale è che nessuno deve dimostrare nulla.

Damiano: Anche perché sarebbe paradossale: organizzare un laboratorio per liberare le emozioni e poi mettere ansia da prestazione sul pianto.

Tra le immagini del progetto c’è una cipolla. Perché?

Giusy: Perché è perfetta. La cipolla produce una lacrima senza bisogno di una storia. Questo ci permette di osservare un fatto interessante: quando diciamo “sto piangendo per la cipolla”, improvvisamente la lacrima diventa socialmente accettabile. Nessuno chiede spiegazioni.

Damiano: La cipolla diventa praticamente un certificato medico per la lacrima.

Giusy: Esatto. E allora la domanda è: perché quando una cipolla non c’è sentiamo il bisogno di giustificarci? Perché così spesso diciamo “scusa” mentre piangiamo?

Nel laboratorio c’è anche una dimensione teatrale.

Giusy: Sì, ma non nel senso di recitare una parte. Si userà anche la scultura di psicoteatro, cioè costruire con i corpi un’immagine. Una frase come “non fare il bambino” può diventare una composizione fatta di distanze, posture, sguardi, vicinanze.

Damiano: Ed è una cosa fortissima perché non devi spiegare per forza la tua storia. Vedi un’immagine e già capisci moltissimo.

Giusy: E soprattutto non si interpreta la persona. Non interessa dire “tu sei così perché…”. Interessa osservare: vedo distanza, vedo rigidità, vedo qualcuno che guarda a terra. Poi si può provare a cambiare un elemento e vedere che cosa succede.

Qual è la parte più importante della serata?

Giusy: Il fatto che nessuno sia obbligato a esporsi. Si può partecipare senza raccontare dettagli personali. Si può dire “passo”. Si può non piangere. Si può ridere. Si può restare in silenzio.

Damiano: Per me è importante anche togliere al pianto quella specie di monocultura della tristezza. Si piange di dolore, certo. Ma anche di rabbia, di impotenza, di sollievo, di bellezza, di nostalgia, di gratitudine, di gioia. A volte si piange perché si ritrova qualcuno. A volte perché finalmente finisce qualcosa.

Tu, Damiano, che ruolo avrai?

Damiano: Farò il disturbatore culturale.

Giusy: Questa definizione purtroppo è corretta.

Damiano: Porterò un piccolo sguardo storico e culturale sulle lacrime. Perché anche l’idea dell’adulto forte che non piange è molto meno universale di quanto immaginiamo. Nella storia piangono eroi, sovrani, guerrieri, mistici, poeti. Ci sono culture in cui il pianto è pubblico, rituale, condiviso. Quindi anche la vergogna del pianto ha una storia.

Giusy: Ed è molto utile perché aiuta a capire che non tutto quello che sentiamo come “naturale” lo è davvero. Molte cose sono apprese.

E dopo la serata del 28 ottobre?

Giusy: La serata è una pillola, un assaggio. Poi l’idea è sviluppare un percorso più ampio in dieci incontri, con un piccolo gruppo stabile.

Damiano: Quindi il 28 non si fa il “corso compresso”. Si apre una porta.

Giusy: Nel percorso si lavorerà in modo più articolato sulle frasi ricevute nell’infanzia, sul corpo che trattiene, sulla vergogna, sul bisogno di essere consolati, sulle lacrime di rabbia, sulla storia emotiva familiare, sul modo in cui reagiamo al pianto degli altri.

Damiano: Ci sarà anche il “museo delle lacrime proibite”, che è un titolo che personalmente adoro.

Giusy: E un lavoro sulla geografia del pianto nel corpo, sulla scrittura, sulle immagini, sulle sculture, sulle lacrime che non hanno nulla a che vedere con la tristezza.

Perché partecipare?

Damiano: Perché è raro avere l’occasione di guardare un gesto così quotidiano da un punto di vista completamente diverso. Tutti sappiamo piangere biologicamente. Molti di noi, però, hanno imparato benissimo a impedirsi di farlo.

Giusy: E perché conoscere meglio il proprio modo di reagire alle emozioni significa anche migliorare il modo in cui si sta con gli altri. Non riguarda soltanto “quando piango io”. Riguarda anche cosa faccio quando piange una persona che amo.

Damiano: Molti hanno due modalità: “non pensarci” oppure “adesso ti spiego cosa devi fare”.

Giusy: Restare accanto a un’emozione senza minimizzarla e senza aggiustarla subito è molto più difficile di quanto sembri.

Quindi si impara anche a consolare?

Giusy: Anche. Ma forse prima ancora si impara a non avere fretta. Una frase come “sono qui” può essere più utile di dieci soluzioni.

Damiano: E costa anche meno.

La domanda inevitabile: e se uno non piange mai?

Giusy: Va benissimo. Non piangere non significa automaticamente essere bloccati, freddi o incapaci di sentire. Il laboratorio non parte da questa idea. Ci interessa capire il rapporto che ciascuno ha con il pianto, non stabilire una norma.

E se invece uno piange facilmente?

Giusy: Anche quello non è un problema da correggere. Le persone hanno modi diversi di regolare le emozioni. Il punto è poterle riconoscere senza giudicarle immediatamente.

Qual è la frase che riassume meglio tutto il progetto?

Damiano: Io direi: “Piangi che ti passa”.

Giusy: Io aggiungerei subito: “Forse no”.

Damiano: Ecco perché lavoriamo insieme.

Giusy: La frase completa potrebbe essere: forse non ti passa, ma quello che senti merita comunque di essere ascoltato.

Damiano: Perfetta. Ma sul manifesto non ci stava.


PIANGI CHE TI PASSA

Laboratorio di lacrime per adulti

Una serata esperienziale di educazione all’emotività attraverso il pianto liberatorio.

Mercoledì 28 ottobre 2026 ore 18:30
Via del Velodromo 29, Roma – Metro A Colli Albani

Conduce Dott.ssa Maria Giusy Rosamondo, psicologa psicoterapeuta, con la partecipazione di Damiano Laterza, giornalista e scrittore.

Posti limitati – prenotazione consigliata
WhatsApp 334 7521492

La Motivazione: Il Vero Motore del Nostro “Buoncammino”

di Maria Giusy Rosamondo

299 parole, tempo di lettura 2 minuti

Spesso ci chiediamo cosa manchi davvero nella vita di chi sembra “trascinarsi” senza una meta. Guardando il nuovo film di Checco Zalone, Buen Camino, emerge un aspetto che come psicologa e come persona mi sta molto a cuore: la mancanza di una reale motivazione trasforma l’esistenza in una recita superficiale, dove si sperpera il tempo (e non solo il denaro) in attesa di un senso che non arriva mai.

Il protagonista ci mostra chiaramente questo vuoto: è il classico “figlio di papà”, un vitellone che vive di inerzia. Ma il film ci insegna che il cambiamento non è un miracolo, è un processo. È solo attraverso il cammino — inteso come fatica, condivisione e riscoperta dei legami — che nasce una motivazione diversa.

Senza la motivazione giusta non si riesce a fare un giusto percorso.

Ma da dove nasce questa spinta? La riflessione centrale che dobbiamo porci è che la motivazione è strettamente determinata dai nostri sogni. È il sogno a definire la meta: senza un desiderio profondo da inseguire, la motivazione resta un motore spento. Coltivare i propri sogni non è un esercizio astratto, ma un atto di salute psicologica, perché è proprio verso quel sogno che orientiamo i nostri passi e troviamo l’energia per superare le difficoltà.

Questo concetto diventa potente quando vediamo il padre del protagonista, malato terminale. La sua ripresa non è solo clinica, è emotiva: quando vede che il figlio finalmente “prende in mano” la sua vita, realizzando un nuovo scopo, si riaccende in lui quella scintilla vitale che era spenta.

Con l’Associazione Laterza Rosamondo APS, lavoriamo proprio su questo: insegniamo a coltivare nuovamente i propri sogni per ritrovare quella motivazione che permetta di non essere più spettatori superficiali della propria vita, ma protagonisti consapevoli del “buon” cammino che serve per realizzarli.

Quella volta che ho scritto invece di urlare (e ho salvato la mia sanità mentale)

→ E perché la Scrittura Creativa Clinica può fare lo stesso per te

Ci sono giorni in cui ti senti una pentola a pressione.
Hai emozioni che spingono da dentro, parole che non sai dire, pensieri che girano in testa come un frullatore senza coperchio. E ti sembra di dover esplodere da un momento all’altro.

Poi, un giorno, invece di urlare… hai scritto.
E qualcosa, magicamente, si è allentato.

Perché?
Perché quando scriviamo, ci liberiamo.

La scrittura Creativa Clinica non è “scrivere bene”.
Non è letteratura, non è estetica, non è saper mettere le virgole giuste.

È un atto di sopravvivenza emotiva.

Cosa succede quando metti nero su bianco ciò che provi

Quando scrivi, il caos dentro di te prende forma.
Le emozioni non ti inseguono più: ti parlano.

È neuroscienza, non poesia.
Damiano Laterza e Maria Giusy Rosamondo – gli ideatori della scrittura creativa clinica – hanno dimostrato che bastano 15 minuti al giorno per:

  • abbassare lo stress
  • migliorare il sistema immunitario
  • aumentare la chiarezza mentale
  • sciogliere nodi emotivi bloccati da anni

Scrivere crea ordine dove c’è confusione.
Dà voce a ciò che non riesci a dire.
Ti permette di capire chi sei veramente, quando gli altri smettono di ascoltare e tu smetti di scappare.

Cinque tecniche che cambiano la vita (sul serio)

– Dump emotivo del mattino: 3 pagine senza filtri = cervello più leggero.
– La lettera che non invierai mai: liberatoria come una tempesta che si sfoga e poi si placa.
– Dialogo con l’emozione: ansia, rabbia, tristezza diventano personaggi… e smettono di dominarti.
– Riscrittura della storia: trasformi un evento doloroso in qualcosa che non ti schiaccia più.
– Gratitudine onesta: non zucchero, ma verità.

La scrittura non giudica, non punisce, non abbandona.
È lo spazio più sicuro che hai per ascoltarti davvero.

Ma c’è qualcosa di ancora più potente: farlo dentro un percorso guidato.


⭐ SCRITTURA CREATIVA CLINICA

Riscrivi la tua storia. Trasforma la tua vita.

Dalla collaborazione tra una psicoterapeuta e uno scrittore nasce un metodo unico in Italia:
la Scrittura Creativa Clinica.

Non un semplice corso.
Non un laboratorio di scrittura.
Non una terapia classica.

È un percorso che unisce psicoterapia, narrativa, creatività, neuroscienze e intelligenza artificiale per aiutarti a raccontare la tua storia in modo nuovo, onesto, liberatorio.

Perché a volte, per guarire, non serve parlare.
Serve scrivere.

Cosa ottieni davvero

✔ Un metodo esclusivo per esplorare e rielaborare la tua storia
✔ Strumenti emotivi concreti per capirti meglio
✔ Il potere terapeutico della scrittura guidata
✔ Un possibile manoscritto trasformabile in libro
✔ Un attestato rilasciato dall’Associazione Laterza Rosamondo
✔ La possibilità di lavorare sulla tua storia personale, familiare o di coppia

Non devi essere uno scrittore.
Non devi sapere “fare bene”.
Devi solo essere pronto a sentire.

Come funziona il percorso

Due formule:

Percorso individuale

– sessioni settimanali
– su misura per la tua storia
– online o in presenza

Percorso di gruppo (3 mesi)

– incontri serali da 2,5 ore
– max 15 partecipanti
– cicli a gennaio, aprile, settembre

La scrittura diventa lo strumento, la terapia il contenitore, la creatività la spinta.

E la tua storia… finalmente la tua.


Se senti che questo pezzo parla a una parte di te che hai ignorato per troppo tempo, non rimandare.

Le parole che oggi non scrivi potrebbero essere quelle che ti salvano domani.


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Ho 500 amici online ma piango da sola: la verità nascosta dietro i filtri perfetti

→ E perché ElevaTe può essere il punto di svolta per chi sta crescendo in silenzio

Apri Instagram e in pochi secondi sei sommerso da vite perfette.
Loro: sorrisi smaglianti, corpi scolpiti, viaggi da sogno.
Tu: nel tuo mondo reale, con il cuore che a volte pesa più del telefono che stringi in mano.

Non lo dici a nessuno, ma spesso basta uno scroll per sentirti “meno di”.
Meno bello, meno interessante, meno forte, meno tutto.

Benvenuto nell’era in cui abbiamo 500 amici online, ma nessuno che ci chieda davvero come stiamo.
Un mondo in cui la solitudine è diventata un’emozione collettiva, ma vissuta individualmente.

La trappola del confronto digitale

Sui social confrontiamo il nostro dietro le quinte con il red carpet degli altri.
Quello che vediamo è un 5% scelto, filtrato, montato.
Il resto – dubbi, insicurezze, pianti, paure, acne, fragilità – resta nascosto.

Il problema è che il nostro cervello ci casca sempre.
Ogni confronto attiva gli stessi circuiti dello stress cronico.
Risultato?
Ansia, senso di inadeguatezza, fame di approvazione, bisogno disperato di like per sentirsi “visti”.

E così ci ritroviamo a vivere una doppia vita:
quella che mostriamo al mondo e quella che viviamo davvero.

Quando i like non bastano più

Quando controlli ossessivamente le notifiche.
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È lì che serve uno spazio protetto, reale, umano.
Un luogo dove non devi essere perfetto, ma vero.
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Ed è qui che entra in gioco ElevaTe.


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ElevaTe non è una lezione: è un viaggio.

Un percorso di 10 settimane dove:

  • una psicoterapeuta ti guida a esplorare emozioni e identità
  • un trainer ti aiuta a riconnetterti al corpo
  • un autore ti aiuta a raccontarti senza paura
  • una make-up artist (quando disponibile) ti mostra come prenderti cura di te in modo sano e autentico

Un mix nuovo, potente, moderno.
Non un corso “per chi ha problemi”, ma per chi vuole capire chi è diventando.


Perché ElevaTe è diverso da tutto ciò che hai provato prima

✔ Perché si basa sull’idea che sei già abbastanza. Devi solo scoprirlo.
✔ Perché unisce mente, corpo e creatività.
✔ Perché nasce per questa generazione, non per quella dei genitori.
✔ Perché non parla “dei giovani”, ma “con i giovani”.
✔ Perché crea un gruppo, una tribù, una piccola comunità vera.
✔ Perché ti aiuta a spegnere il rumore fuori e ad accendere la voce dentro.


Dove si svolge

Nel cuore del suggestivo borgo delle Vigne Alessandrine, nei locali Laterza Rosamondo:
un’oasi tranquilla, sotto il profilo di un antico acquedotto romano, ma a due passi dalla vitalità di Torpignattara.
Un luogo perfetto per scoprire chi sei, lontano dalla pressione dei social.


Se senti che questo pezzo parla anche un po’ di te, non ignorare quella sensazione.

Non devi farcela da solo.
Non devi essere perfetto.
Devi solo essere disposto a conoscerti davvero.

ElevaTe è il posto giusto per farlo.


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