“PIANGI CHE TI PASSA”: intervista doppia a Maria Giusy Rosamondo e Damiano Laterza

Come nasce un laboratorio di lacrime per adulti, perché può essere divertente e perché, in fondo, piangere è una cosa molto seria

Ci sono idee che nascono da un progetto, altre da una battuta. Alcune da una necessità. “Piangi che ti passa” sembra nascere un po’ da tutte e tre le cose insieme.

La Dott.ssa Maria Giusy Rosamondo, psicologa psicoterapeuta, e Damiano Laterza, giornalista e scrittore, hanno costruito per l’Associazione Laterza Rosamondo APS un laboratorio dedicato a un gesto semplicissimo, universale eppure stranamente complicato da adulti: piangere.

Non un corso per imparare a piangere a comando. Non una gara di vulnerabilità. E neppure una seduta collettiva mascherata da evento.

Piuttosto un esperimento che diventi esperienza: usare gioco, scrittura, immagini, corpo, psicologia e cultura per capire che rapporto abbiamo costruito con le nostre emozioni e con le lacrime che spesso impariamo a trattenere.

Li abbiamo intervistati insieme.

Partiamo dal titolo. “Piangi che ti passa”. È una provocazione?

Giusy Rosamondo: Assolutamente sì. Il titolo gioca con una frase popolare che tutti conosciamo, ma in realtà la domanda vera è: passa davvero? Non sempre. Il pianto non è una medicina automatica e non è neppure un risultato da ottenere. Ci interessava però rimettere in discussione l’idea opposta, cioè che piangere sia qualcosa da evitare, controllare o di cui vergognarsi.

Damiano Laterza: E poi serviva un titolo che non sembrasse quello di un convegno alle nove del mattino in una sala senza finestre. Se avessimo scritto “Percorso integrato di esplorazione psicoemotiva del comportamento lacrimale”, probabilmente non sarebbe venuto nessuno. “Piangi che ti passa” almeno ti costringe a fermarti un secondo.

Com’è nata concretamente l’idea?

Giusy: Da un’osservazione molto semplice: tantissimi adulti hanno imparato molto presto a trattenere. Da bambini ci si sente dire “non piangere”, “non fare storie”, “ormai sei grande”, “sei troppo sensibile”. Sono frasi spesso dette senza cattiveria, magari persino con l’intenzione di rassicurare. Ma il messaggio che può arrivare è: questa emozione qui non va bene.

Damiano: E allora ci siamo chiesti: ma dove vanno a finire tutte le emozioni che non facciamo vedere? Se non escono dagli occhi, escono da qualche altra parte? Nella mandibola? Nello stomaco? Nel sarcasmo? Nel bisogno di cambiare discorso? Nel famoso “sto bene” detto con la faccia di uno a cui è appena crollato il mondo addosso?

Giusy: Esatto. Il laboratorio nasce da lì. Non dal bisogno di far piangere le persone, ma dal desiderio di osservare cosa succede quando arriva un’emozione e noi abbiamo imparato a dirle: “No, tu no”.

Quindi non sarà una serata triste?

Damiano: No, e questa è una delle cose a cui teniamo di più. Il tema è serio, ma la serata non deve essere pesante. Ci sarà una dimensione di gioco, sorpresa, scrittura, piccoli esperimenti, immagini, teatro. L’idea è che si possa parlare di vulnerabilità senza trasformare tutto in un funerale.

Giusy: Ridere e commuoversi non sono contrari. Anzi. Il gioco abbassa alcune difese e permette di osservare meglio ciò che accade. Però senza forzare. La regola fondamentale è che nessuno deve dimostrare nulla.

Damiano: Anche perché sarebbe paradossale: organizzare un laboratorio per liberare le emozioni e poi mettere ansia da prestazione sul pianto.

Tra le immagini del progetto c’è una cipolla. Perché?

Giusy: Perché è perfetta. La cipolla produce una lacrima senza bisogno di una storia. Questo ci permette di osservare un fatto interessante: quando diciamo “sto piangendo per la cipolla”, improvvisamente la lacrima diventa socialmente accettabile. Nessuno chiede spiegazioni.

Damiano: La cipolla diventa praticamente un certificato medico per la lacrima.

Giusy: Esatto. E allora la domanda è: perché quando una cipolla non c’è sentiamo il bisogno di giustificarci? Perché così spesso diciamo “scusa” mentre piangiamo?

Nel laboratorio c’è anche una dimensione teatrale.

Giusy: Sì, ma non nel senso di recitare una parte. Si userà anche la scultura di psicoteatro, cioè costruire con i corpi un’immagine. Una frase come “non fare il bambino” può diventare una composizione fatta di distanze, posture, sguardi, vicinanze.

Damiano: Ed è una cosa fortissima perché non devi spiegare per forza la tua storia. Vedi un’immagine e già capisci moltissimo.

Giusy: E soprattutto non si interpreta la persona. Non interessa dire “tu sei così perché…”. Interessa osservare: vedo distanza, vedo rigidità, vedo qualcuno che guarda a terra. Poi si può provare a cambiare un elemento e vedere che cosa succede.

Qual è la parte più importante della serata?

Giusy: Il fatto che nessuno sia obbligato a esporsi. Si può partecipare senza raccontare dettagli personali. Si può dire “passo”. Si può non piangere. Si può ridere. Si può restare in silenzio.

Damiano: Per me è importante anche togliere al pianto quella specie di monocultura della tristezza. Si piange di dolore, certo. Ma anche di rabbia, di impotenza, di sollievo, di bellezza, di nostalgia, di gratitudine, di gioia. A volte si piange perché si ritrova qualcuno. A volte perché finalmente finisce qualcosa.

Tu, Damiano, che ruolo avrai?

Damiano: Farò il disturbatore culturale.

Giusy: Questa definizione purtroppo è corretta.

Damiano: Porterò un piccolo sguardo storico e culturale sulle lacrime. Perché anche l’idea dell’adulto forte che non piange è molto meno universale di quanto immaginiamo. Nella storia piangono eroi, sovrani, guerrieri, mistici, poeti. Ci sono culture in cui il pianto è pubblico, rituale, condiviso. Quindi anche la vergogna del pianto ha una storia.

Giusy: Ed è molto utile perché aiuta a capire che non tutto quello che sentiamo come “naturale” lo è davvero. Molte cose sono apprese.

E dopo la serata del 28 ottobre?

Giusy: La serata è una pillola, un assaggio. Poi l’idea è sviluppare un percorso più ampio in dieci incontri, con un piccolo gruppo stabile.

Damiano: Quindi il 28 non si fa il “corso compresso”. Si apre una porta.

Giusy: Nel percorso si lavorerà in modo più articolato sulle frasi ricevute nell’infanzia, sul corpo che trattiene, sulla vergogna, sul bisogno di essere consolati, sulle lacrime di rabbia, sulla storia emotiva familiare, sul modo in cui reagiamo al pianto degli altri.

Damiano: Ci sarà anche il “museo delle lacrime proibite”, che è un titolo che personalmente adoro.

Giusy: E un lavoro sulla geografia del pianto nel corpo, sulla scrittura, sulle immagini, sulle sculture, sulle lacrime che non hanno nulla a che vedere con la tristezza.

Perché partecipare?

Damiano: Perché è raro avere l’occasione di guardare un gesto così quotidiano da un punto di vista completamente diverso. Tutti sappiamo piangere biologicamente. Molti di noi, però, hanno imparato benissimo a impedirsi di farlo.

Giusy: E perché conoscere meglio il proprio modo di reagire alle emozioni significa anche migliorare il modo in cui si sta con gli altri. Non riguarda soltanto “quando piango io”. Riguarda anche cosa faccio quando piange una persona che amo.

Damiano: Molti hanno due modalità: “non pensarci” oppure “adesso ti spiego cosa devi fare”.

Giusy: Restare accanto a un’emozione senza minimizzarla e senza aggiustarla subito è molto più difficile di quanto sembri.

Quindi si impara anche a consolare?

Giusy: Anche. Ma forse prima ancora si impara a non avere fretta. Una frase come “sono qui” può essere più utile di dieci soluzioni.

Damiano: E costa anche meno.

La domanda inevitabile: e se uno non piange mai?

Giusy: Va benissimo. Non piangere non significa automaticamente essere bloccati, freddi o incapaci di sentire. Il laboratorio non parte da questa idea. Ci interessa capire il rapporto che ciascuno ha con il pianto, non stabilire una norma.

E se invece uno piange facilmente?

Giusy: Anche quello non è un problema da correggere. Le persone hanno modi diversi di regolare le emozioni. Il punto è poterle riconoscere senza giudicarle immediatamente.

Qual è la frase che riassume meglio tutto il progetto?

Damiano: Io direi: “Piangi che ti passa”.

Giusy: Io aggiungerei subito: “Forse no”.

Damiano: Ecco perché lavoriamo insieme.

Giusy: La frase completa potrebbe essere: forse non ti passa, ma quello che senti merita comunque di essere ascoltato.

Damiano: Perfetta. Ma sul manifesto non ci stava.


PIANGI CHE TI PASSA

Laboratorio di lacrime per adulti

Una serata esperienziale di educazione all’emotività attraverso il pianto liberatorio.

Mercoledì 28 ottobre 2026 ore 18:30
Via del Velodromo 29, Roma – Metro A Colli Albani

Conduce Dott.ssa Maria Giusy Rosamondo, psicologa psicoterapeuta, con la partecipazione di Damiano Laterza, giornalista e scrittore.

Posti limitati – prenotazione consigliata
WhatsApp 334 7521492

Psicoteatro: due prospettive per un’unica esperienza di crescita

Lo Psicoteatro della Laterza Rosamondo APS nasce dall’incontro di due sguardi complementari: quello clinico, che aiuta a riconoscere emozioni, blocchi e paure, e quello teatrale, che offre alla persona un luogo sicuro dove provarsi, sperimentarsi e riscriversi.
Nel nostro metodo, psicoterapia e drammaturgia non si sovrappongono: si illuminano reciprocamente.
La scena diventa uno spazio di verità, la parola un ponte tra ciò che si sente e ciò che si può diventare.
Queste due voci – quella della psicoterapeuta e quella del drammaturgo – raccontano insieme il senso di un percorso che non insegna a recitare, ma a riabitare se stessi.

Il teatro come palestra emotiva

di Maria Giusy Rosamondo, psicoterapeuta – Laterza Rosamondo APS

Il teatro, da sempre, è uno spazio di metamorfosi: entri come te stesso, esci come qualcun altro. Ma proprio per questo, per molte persone che vivono ansia sociale, vergogna, blocchi emotivi o sintomi come l’eritrofobia, il teatro rischia di diventare una falsa soluzione: una maschera che permette di stare al mondo solo mentre la si indossa.

Lo vedo spesso nel mio lavoro clinico. Un paziente – brillante, sensibile, con una lunga esperienza nelle compagnie teatrali amatoriali – mi ha raccontato che da anni usa il palcoscenico come rifugio: nella vita quotidiana arrossiva continuamente, anche nelle situazioni più semplici; in scena, invece, mai. Sul palco era libero, impavido. Nella vita reale, trattenuto.

Dopo un anno di lavoro, oggi gli episodi di eritrofobia sono quasi scomparsi. Ma ciò che è cambiato davvero non è la sua tecnica teatrale: è il modo in cui vede sé stesso.

Durante un colloquio mi ha detto: “Per me il teatro è una maschera che mi protegge.”

Lo è, infatti. Ma una maschera – se rimane solo quello – non cura. Divide.

Da una parte il ruolo, il personaggio, il “sé performante”.

Dall’altra il “sé reale”, che fuori dal palco continua a sentirsi fragile.

Ed è qui che nasce la differenza tra fare teatro e fare psicoteatro.

Il teatro apre una porta. Lo Psicoteatro ti insegna ad attraversarla.

Il teatro tradizionale è uno strumento straordinario per accedere alle emozioni, uscire dalla timidezza, sperimentare mondi possibili.

Ma rischia di restare un’esperienza “protetta”, circoscritta, che funziona solo lì dentro.

Lo Psicoteatro, invece, introduce un elemento nuovo e decisivo:

La presenza del terapeuta dentro la relazione scenica.

Questo permette due livelli di lavoro:

1. Mettere in scena “qualcun altro” (la maschera, il ruolo)

Qui il teatro funziona come sempre: si impara a gestire la voce, il corpo, l’emozione che appartiene a un personaggio. Si sperimenta il coraggio che il ruolo permette.

Ma non ci si ferma qui.

2. Mettere in scena il proprio vero sé (la parte che nella vita si nasconde)

Qui entra in gioco la terapia: il conduttore aiuta l’allievo a vedere quando sta recitando e quando sta finalmente esprimendo sé stesso.

A riconoscere dove nasce la paura, dove si nasconde l’autenticità, dove il personaggio sta sostituendo la persona.

Lo Psicoteatro diventa così un laboratorio di verità:

la scena non è più un altare in cui rifugiarsi, ma uno specchio sicuro dove imparare a portare se stessi nel mondo reale.

Dal personaggio alla persona: il passaggio che cura

Quando una persona comprende – attraverso l’esperienza concreta della scena – che può esistere senza maschera, allora accade qualcosa di raro:

la sicurezza che provava solo sul palco comincia a trasferirsi nella vita quotidiana.

Per questo diciamo che il teatro è una porta.

Ma è lo Psicoteatro a insegnare come aprirla davvero.

Per chi è utile lo Psicoteatro?

Lo Psicoteatro è indicato per chi vive:

  • ansia sociale
  • difficoltà a parlare in pubblico
  • timidezza marcata
  • eritrofobia e sintomi psicosomatici legati alla vergogna
  • blocchi emotivi o espressivi
  • difficoltà a gestire i rapporti interpersonali
  • bisogno di ritrovare autenticità e sicurezza

Non richiede esperienza teatrale.

Non richiede “saper recitare”.

Richiede solo la disponibilità a mettersi in gioco.

La visione della Laterza Rosamondo APS

Nel nostro approccio, il teatro non è mai un fine: è un mezzo di conoscenza di sé, guidato da una professionista della salute mentale e inserito in un contesto associativo orientato al benessere psicologico, alla creatività e all’espressione autentica.

Lo Psicoteatro non insegna a “fare l’attore”.

Insegna a smettere di sentirsi un attore nella propria vita.

È il luogo in cui la maschera – invece di proteggerti – finalmente cade.

E dove la persona, finalmente, si scopre più forte del personaggio.

La scena come luogo di crescita personale

di Damiano Laterza, drammaturgo e regista – Laterza Rosamondo APS

Lo Psicoteatro non si basa soltanto sugli strumenti della psicoterapia: vive anche della struttura, del ritmo e dell’immaginazione propri della drammaturgia.
La scena, il testo, il personaggio e il gesto non sono ornamenti artistici: sono strumenti operativi che aiutano chi partecipa a osservare sé stesso da nuove prospettive, a sciogliere nodi emotivi e a sperimentare nuove possibilità relazionali.

Questo approccio non trasforma i partecipanti in attori, né punta alla costruzione di uno spettacolo.
Costruisce spazi pratici per vedersi meglio e per imparare a stare nel mondo con meno rigidità e più consapevolezza.

La drammaturgia come strumento di chiarezza

Le piccole strutture sceniche – dialoghi essenziali, micro-monologhi, situazioni simboliche – servono a dare forma a ciò che nella vita quotidiana resta confuso o indistinto.

La scena diventa uno strumento per:

  • identificare un’emozione
  • darle una struttura e un linguaggio
  • osservarla da fuori
  • riconoscerne i meccanismi

In questo modo il partecipante “vede” ciò che di solito subisce.

Il personaggio come lente (non come maschera)

Nel nostro metodo, il personaggio amplifica ciò che nella vita si riduce a reazione automatica.
Non protegge, rivela.

Permette di:

  • isolare un’emozione specifica
  • sperimentarla in sicurezza
  • comprendere dove finisce il ruolo e dove comincia la persona

Per chi vive ansia sociale, vergogna o difficoltà nel gestire il giudizio degli altri, questa distinzione è spesso la chiave del cambiamento.

La scena come palestra emotiva

La guida registica non punta alla “performance”, ma alla possibilità di esplorare scenari, risposte, gesti e posizioni relazionali mai provate prima.

Ogni micro-scena offre la possibilità di:

  • interrompere automatismi
  • testare comportamenti nuovi
  • misurare il proprio impatto sugli altri
  • esercitare presenza e ascolto
  • ricevere un feedback immediato e concreto

La scena diventa un campo di esperienza dove si può tentare senza rischiare.

Dalla scrittura alla vita: l’integrazione con la Scrittura Creativa Clinica

Una parte importante del nostro metodo deriva dalla Scrittura Creativa Clinica, già presente nei percorsi dell’Associazione.
Qui la scrittura non è un esercizio letterario: è un atto di riorganizzazione interna.

Nel contesto dello Psicoteatro, questo significa:

  • trasformare un’emozione in immagine
  • trasformare un’immagine in parola
  • trasformare la parola in scena
  • trasformare la scena in consapevolezza

Il foglio e il palco dialogano: ciò che si scrive si prova, ciò che si prova si riscrive, ciò che si riscrive spesso diventa la prima forma di una nuova narrazione personale.

Il partecipante impara che la storia che racconta in scena è, in parte, la storia che vive.
E può cambiarla.

Cosa riceve chi partecipa al nostro Psicoteatro

Il percorso offre:

  • strumenti teatrali semplici e accessibili
  • integrazione tra psicoterapia, drammaturgia e scrittura clinica
  • una lente per distinguere il ruolo dall’identità
  • una palestra emotiva dove sperimentare nuove possibilità
  • un ambiente protetto, non giudicante
  • la possibilità di trasformare la scena in una prova generale della vita reale
  • un linguaggio nuovo per nominare ciò che spesso resta muto

Il risultato più frequente è una maggiore libertà nelle situazioni che prima generavano blocco, vergogna o paura.

Un laboratorio, non uno spettacolo

Lo Psicoteatro della Laterza Rosamondo APS non cerca performance.

Cerca processi.
Non cerca attori.
Cerca persone che vogliono tornare a sentirsi integre.

La drammaturgia qui non serve a “far finta”: serve a far emergere.

E quando emerge ciò che conta, la persona non recita più la propria vita:
comincia semplicemente a viverla.


Novembre 2025

elogio della contemplazione

Elogio della contemplazione ovvero l’arte di non fare nulla

Ieri sono andata in piscina, come tutte le settimane.

Sono uscita di casa con il mio zainone e arrivata nello spogliatoio, mi rendo conto di aver dimenticato la borsa in cui metto gli effetti personali e naturalmente il telefono.

Mi sono detta: “Poco male, vado in piscina, lì non mi serve e poi, non succederà niente di urgente se per qualche ora mi disconnetto dal mondo”.

L’ho fatto, anche se un po’ stranita dal fatto che poteva esserci qualche imprevisto di cui rimanevo ignara.

Mi rivesto dopo la concitata lezione di Acquagym e aspetto nel cortile, che mio marito mi raggiunga per andare a casa.

Rimango lì, un po’ confusa, con l’istinto di prendere un telefono che non c’era, per ottimizzare il tempo e fare qualcosa in arretrato – vedere messaggi di pazienti, controllare appuntamenti, rivedere relazioni o leggere gli infiniti messaggi delle chat di classe…

Non mi rimane altro che guardarmi intorno, godere di quel caldo sole di maggio e rilassarmi, per una volta senza nulla da fare.

Che sensazione strana!

Nulla da fare, solo aspettare, senza possibilità di coprire quel tempo con altre attività.

E così mi sono goduta il momento: ho liberato la mente, ho assaporato la brezza calda che arrivava e mi sono messa ad osservare quello che facevano le persone intorno.

Mi sono soffermata sui loro atteggiamenti, le voci, gli sforzi e anche i loro sguardi persi. Nessuno cercava quello dell’altro, ognuno preso dalla sua attività.

Saranno passati 10 minuti così.

Mio marito è arrivato, riconnettendomi al mondo.

Sono andata via anche un po’ dispiaciuta di aver interrotto quel momento regalato.

Eppure sono stata tutto il giorno a pensare che non siamo più abituati ai tempi morti, a non fare nulla, perchè anche quando non c’è niente da fare, ci prendiamo il telefono e troviamo comunque il modo di fare qualcosa: una mail di lavoro, una chat, un giochino, un video…

Non siamo abituati ad aspettare e tutto è talmente frenetico che siamo stanchi anche senza fare nulla di produttivo.

Siamo sempre connessi e sempre con qualcosa da fare, che non tolleriamo più un tempo di attesa.

L’attesa aiuta ad osservare, a pensare, a relazionarci, ad inventarsi qualcosa di nuovo.

Abbiamo perso la capacità di fermarci e aspettare.

Ma dovremmo ritrovarla.

ElevaTe: Scopri il Tuo Potenziale 

Corso di Crescita Personale per Adolescenti e Giovani Adulti

I giovani, sempre in bilico tra crisi e potenziale infinito

Vivere la giovinezza è un viaggio emozionante, ma spesso anche impegnativo, per coloro che si trovano a navigare le acque tumultuose della crescita personale. In un’epoca in cui le pressioni sociali, le aspettative esterne e le sfide interne si fondono, i giovani si trovano in una fase critica di auto-esplorazione e autoaccettazione, sospesi in una sorta di indefinito confine emozionale. 

L’ansia relativa all’immagine corporea, le sfide emotive e la ricerca instancabile di identità possono far sentire questi giovani come se si trovassero in una sorta di limbo, tra la malattia, alimentata di giudizi esterni e la fisiologica crescita, e la possibilità di esprimere ciò che veramente desiderano.

Si passa dall’adolescenza all’età adulta in un battibaleno: il corpo cambia, tutto è nuovo, l’ansia di conoscere il mondo e di fare da soli, la paura di non riuscire, il modello di uomo e donna mediato dai genitori non sempre è stabile, la voglia di contrapporsi al modello e il bisogno di autonomia crea la crisi tipica dell’adolescenza, che rappresenta uno snodo cruciale che va a definire le basi per la vita adulta.

L’ansia legata all’immagine corporea, l’incertezza emotiva e la ricerca di identità possono diventare terreni fertili per una crisi che, se trascurata, potrebbe lasciare cicatrici durature.

È in questo contesto che nasce “ElevaTe: Scopri il Tuo Potenziale”, un corso di crescita personale progettato appositamente per affrontare le sfide uniche che i giovani vivono nella scoperta di sé stessi.

Vogliamo offrire un rifugio sicuro, un luogo in cui la confusione possa trasformarsi in chiarezza, l’insicurezza in fiducia e il desiderio di essere accettati per ciò che si è possa trasformarsi in una celebrazione dell’autenticità.

Con sessioni terapeutiche guidate, workshop di scrittura creativa e esercizi pratici di consapevolezza corporea, “ElevaTe” si propone di enfatizzare la possibilità di superare il confine tra l’essere considerati “malati” e il poter abbracciare pienamente ciò che si desidera diventare. Questo corso è più di un invito; è un’opportunità per attraversare il terreno minato dell’adolescenza con forza, consapevolezza e la capacità di abbracciare la propria identità unica.

Unisciti a noi in questo viaggio di autoscoperta, perché crediamo che ogni adolescente meriti di sentirsi apprezzato, accettato e pienamente capace di esplorare il proprio potenziale unico. “ElevaTe” è più di un corso; è un invito ad abbracciare la propria autenticità e a emergere dall’adolescenza con forza, consapevolezza e una fiducia radicata nella consapevolezza del proprio valore.

A chi si rivolge ElevaTe:

Il corso è dedicato ad adolescenti e giovani adulti in una fase di transizione cruciale, prima di entrare definitivamente nell’età adulta. È pensato per coloro che vivono la complessità dell’evoluzione fisica, emotiva e identitaria, e desiderano affrontare tali sfide con consapevolezza, fiducia e un approccio creativo.

Obiettivo del Progetto:

“ElevaTe” mira a ispirare e sviluppare il potenziale dei giovani attraverso un percorso coinvolgente di crescita personale, consapevolezza  e gestione corporea e del mondo emotivo, ancora non regolato ed espressione creativa del potenziale, utilizzato come strumento di problem solving.

Struttura del Corso:

Settimane 1-3: Viaggio all’Interno di Te Stesso

Sessioni terapeutiche con la Psicologa per esplorare storie personali e sviluppare una base di fiducia.

Esercizi di consapevolezza corporea con il Trainer per avviare il percorso di autoesplorazione.

Settimane 4-6: Esplorazione Emotiva e Narrativa Creativa

Continuazione delle sessioni terapeutiche per approfondire l’esplorazione emotiva con la Psicologa, facendo attenzione a riconoscere e gestire il mondo emotivo ancora confuso.

Workshop di scrittura creativa con lo Scrittore per esprimere e condividere le emozioni attraverso storie terapeutiche ed incrociate per lavorare sull’empatia e la consapevolezza di se stessi.

Settimane 7-9: Svela la Tua Bellezza Unica

Il Trainer guida gli esercizi per valorizzare il corpo e promuovere l’autostima.

La Make Up artist conduce sessioni di trucco e cura del corpo per esaltare la bellezza individuale, non solo per donne, ma anche per uomini, che devono imparare a prendersi cura del proprio corpo.

Settimana 10: Risplendi e Concludi il Tuo Viaggio Personale

Sessione finale di condivisione, riflessione e restituzione con la Psicologa.

Lo Scrittore coordina la raccolta delle storie ispiratrici scritte durante il corso.

il trainer offre consigli pratici per mantenere la consapevolezza corporea.

Punti di forza:

“ElevaTe” è un corso coinvolgente che promuove l’esplorazione personale e la crescita attraverso approcci terapeutici, creativi e pratici. Offre un ambiente sicuro e stimolante per quelle ragazze e per quei ragazzi che desiderino scoprire e abbracciare il proprio potenziale unico, ancora grezzo.

Il corso offre un approccio integrato per promuovere la consapevolezza corporea e l’autostima. Gli insegnanti, con competenze complementari, lavoreranno sinergicamente per fornire un ambiente sicuro e supportare la crescita personale di ciascun partecipante. La combinazione di terapia psicologica, scrittura creativa, buone pratiche corporee e interventi di cura estetica mira a creare un percorso completo e appagante per gli adolescenti coinvolti.

Il corso è diretto dalla Dott.ssa Maria Giusy Rosamondo, Psicologa, Psicoterapeuta della coppia, della famiglia e individuale a orientamento relazionale sistemico. Terapeuta EMDR. Esperta nei contesti di cura della Depressione, dei Disturbi dell’Umore e nei trattamenti con giovani e adolescenti. Specialista in trattamenti in emergenza, traumi ed eventi catastrofici.

Dove Si Svolge Il Corso:

Le sessioni di “ElevaTe” si tengono nei suggestivi locali dell’Associazione Laterza Rosamondo, nel pittoresco borgo delle Vigne Alessandrine. Questa oasi di pace è nascosta all’ombra di un antico acquedotto romano, offrendo un ambiente tranquillo e stimolante per il percorso di crescita personale (ma a due passi dal multietnico e frenetico quartiere di Torpignattara). Facilmente accessibile dal centro con la metro (Arco di Travertino, linea A) o il bus 409 dalla stazione Tiburtina (linea B), il luogo di incontro è un rifugio accogliente per coloro che desiderano esplorare il proprio potenziale unico.

Per maggiori INFORMAZIONI e per ISCRIZIONI

manda una mail a

associazionelaterzarosamondo@gmail.com

o chiama i numeri

338 374 99 23

392 736 57 95

Intervista a Pier Paolo Pasolini sulla mostra “Propaganda al Castello” di Sergio Laterza

Intervista a Pier Paolo Pasolini sulla mostra “Propaganda al Castello”

Giornalista: Siamo qui nel bel mezzo di una seduta spiritica in cui abbiamo invocato Pier Paolo Pasolini, uno dei più influenti intellettuali italiani degli ultimi cento anni, per discutere della mostra “Propaganda al Castello” di Sergio Laterza. Pasolini, cosa ne pensi di questo evento artistico che si svolgerà al Castello San Basilio a Pisticci?

Pasolini: La mostra “Propaganda al Castello” di Sergio Laterza pare un vero e proprio bizzarro affresco della vostra società capitalista, dei suoi stanchi rituali borghesi e dei suoi veleni consumistici. Laterza, attraverso il suo “détournement” artistico, ci mostra un mondo di loghi e scritte famose, trascinati nel fango della critica grazie al potere dell’ironia, strappati via dal loro significato originale e gettati in un contesto surreale. È un atto di ribellione contro il dominio delle multinazionali e un invito a guardare oltre la superficie lucida e patinata di questo mondo di mercificazione totale che tutto avvolge, una critica acuta e provocatoria nei confronti della cultura dell’omologazione dei valori imposta dal potere.

Giornalista: Puoi approfondire il concetto di “détournement” utilizzato dall’artista e come si collega alla critica al capitalismo?

Pasolini: Mi affascina molto il modo in cui Sergio Laterza riesce ad attualizzare la critica al capitalismo combinando sagacia e talento artistico con estrema intelligenza. L’utilizzo del “détournement” – la capacità di prendere elementi della cultura dominante e reinserirli in contesti provocatori –  offre una prospettiva critica decisamente stimolante sulla società degenerata in cui vivete; si tratta di un’operazione artistica che mira a destabilizzare i simboli del potere economico contemporaneo, e a trasformarli in qualcosa di nuovo e inatteso offrendo al contempo una inedita prospettiva sul loro reale valore culturale e commerciale. Nel contesto della critica al capitalismo si tratta di una forma di resistenza artistica efficace che invita il pubblico a riflettere sulle dinamiche consumistiche e sulle implicazioni sociali ed economiche che ne derivano. Una visione alternativa e spiazzante che mette in luce l’effimero e l’illusorio di molte delle vostre abitudini e desideri legati alla società dei consumi.

Giornalista: Come valuti l’idea di trasformare il Castello di San Basilio, un luogo ricco di storia e quasi sacro, in un ambiente immersivo di attività commerciali ipotetiche e negozi fantastici ma chiusi?

Pasolini: Trovo questa trasformazione del Castello di San Basilio, un luogo che dovrebbe essere intoccabile e senza tempo, in un ambiente immersivo di attività commerciali ipotetiche, una scelta artistica audace e suggestiva, estremamente intrigante e provocatoria. È una sfida alle convenzioni, una denuncia contro l’omologazione delle nostre vite, dei nostri desideri, dei nostri sogni. Inoltre la creazione di una piazza post-era consumistica all’interno di un contesto storico e tradizionale invita a riflettere sulle trasformazioni della società contemporanea e sulle tensioni tra tradizione e modernità, tra cultura e mercimonio. L’ironia presente nell’installazione sottolinea l’effimero e l’illusorio di molte delle dinamiche commerciali e dei desideri vacui che esse alimentano. Ci invita a interrogarci sulla vera natura di queste attività, di questi negozi fantastici ma chiusi. Sono forse un riflesso dei nostri stessi sogni infranti, delle illusioni vendute dai media e dalle pubblicità che li diffondono? Ma questa mostra mi sembra anche un richiamo alla consapevolezza e alla valorizzazione delle autentiche bellezze della Basilicata. Il petrolio e lo sfruttamento indiscriminato delle risorse, anni di industrializzazione forzata e senza senso stanno distruggendo questo territorio unico, da sempre alla ricerca di una via di fuga dal torpore secolare che lo avvolge e – in ultimo – dalla recente devastazione lasciata con lo smantellamento della millenaria e sapiente civiltà contadina. È un invito a riscoprire la nostra identità, a preservare ciò che ci rende umani in un mondo sempre più corroso dalla frenesia delle merci e dalla mercificazione dei corpi.

Giornalista: Per concludere, consiglieresti una visita a questa mostra? 

Pasolini: Certo che sì! Sergio Laterza è un artista straordinario che cerca di stimolare una nuova consapevolezza nei confronti delle dinamiche del capitalismo e dei suoi effetti sulla società, invitando il pubblico a guardare oltre gli stereotipi e le convenzioni imposte dalla cultura consumistica. Questa mostra rappresenta un’occasione unica per vagare senza meta e scopo all’interno di un’esperienza estetica nuova e stimolante. Ci sfida a sconfiggere l’apatia e ad aprire le nostre menti a nuove prospettive, a nuove forme di resistenza. È un invito a ribellarci ai rituali, alle banalità, alle superficialità che ci imprigionano. È un atto di poesia dissacrante, che cerca di risvegliare in noi l’amore per la bellezza autentica, per la cultura, per la natura come vie per un risveglio spirituale e un’esperienza umana più profonda. Ecco, spero che attraverso le mie parole si possa percepire il messaggio di questa mostra irripetibile. Un messaggio che, come poeta e uomo di lettere, mi fa interrogare – come sempre – sulla condizione umana e sulla società, alla ricerca di nuove consapevolezze. Grazie per l’attenzione. 

Giornalista: Grazie mille per la tua preziosa prospettiva, Pasolini. È stato un onore parlare con te.Pasolini: Grazie a voi. È sempre un piacere condividere le mie riflessioni su temi così importanti.