Un racconto sulla libertà e le sue conseguenze
Li chiamano “i selvaggi del Vastese”. Vivono tra le querce, con il vento che soffia nei capelli dei bambini e il sole che filtra come una benedizione laica. Non hanno mutui, non hanno bollette, non hanno ansia da scadenze, da Excel, da “password errata”. Hanno scelto la libertà. E in Italia, la libertà è un reato.
Lo Stato — che vive di bollette, di interessi, di rate, di multe, di assicurazioni, di contratti da firmare con la penna della resa — non sa come catalogarli. Una famiglia che non consuma non esiste, una famiglia che non produce tasse non respira. Non hanno la carta fedeltà della vita moderna, non ingrassano il maiale burocratico, non nutrono i partiti.
E allora sì, bisogna togliergli i figli.
Perché se non sei schiavo, sei pericoloso. Perché se non hai debiti, sei una minaccia. Perché se i tuoi bambini non conoscono la campanella, la merendina confezionata e l’ora di religione, allora stai “negando loro un futuro”. Il futuro. Questa parola ipnotica che ormai non vuol dire più nulla. Il futuro dei nostri figli è fatto di tablet, di doposcuola, di psicologi, di 40 ore a settimana in classe e altre 10 a casa, di diagnosi che diventano identità: DSA, ADHD, BES. Sigle come collane al collo. I genitori corrono, corrono sempre, taxi umani per figli esausti. E chiamano tutto questo “socializzazione”.
Intanto, nel bosco, tre bambini imparano che il pane nasce dalla farina, non dal supermercato. Che l’acqua si tira su da un pozzo, non da una bolletta. Che la notte non è buia: è viva. Eppure qualcuno, con la giacca grigia dell’istituzione, scrive che vivono “in isolamento”. Isolati da chi? Dai centri commerciali, forse. O dai notiziari a loop?
Certo, la loro favola non è perfetta. Verrà un giorno in cui quei bambini dovranno confrontarsi con il mondo degli altri. Sarà uno shock. La società li masticherà, e sputandoli dirà che erano “illusi”. Forse sì. Ma chi non lo è? Meglio essere illusi dal canto degli uccelli che dal jingle delle pubblicità. Si dice che non fanno homeschooling, ma “unschooling”. Che non seguono il programma del Miur. Ma forse non serve un decreto ministeriale per imparare la pazienza, la fatica, la cura. Forse sapere quanti sono gli stati dell’Unione Europea vale meno di sapere riconoscere un fungo velenoso — e, ironia della sorte, proprio un fungo velenoso ha fatto scattare la loro condanna sociale.
Li accusano di vivere fuori dal sistema. Io dico: magari avessimo tutti quel coraggio. Non è una storia di ribellione. È una storia di sottrazione. Sottrarsi all’eccesso, all’urgenza, al rumore. Sottrarsi al calendario, ai bonus, ai like, alle mail. Sottrarsi persino alla paura del domani. Ma lo Stato non sa cosa fare di chi non ha paura. E allora interviene: con i fascicoli, con le indagini, con la retorica della tutela. Perché l’unico cittadino “sano”, per lo Stato, è quello stanco, indebitato e connesso.
Forse un giorno li vedremo tornare in città, con lo sguardo basso e la libertà spenta come un falò dopo la pioggia. Forse no. Forse continueranno a vivere lì, tra il legno e il vento, e i loro figli sapranno che la vita non è fatta per essere amministrata, ma abitata. Io, intanto, li invidio. Hanno fatto ciò che noi sogniamo davanti a uno schermo: uscire dal Matrix.
E, almeno per ora, respirano.
