Basta con la polizia dell’amore!

Dopo la vittoria di Per sempre sì al Festival di Sanremo, la canzone di Sal Da Vinci è finita al centro di una polemica culturale: alcuni commentatori l’hanno accusata di veicolare un immaginario amoroso “patriarcale” e troppo assoluto. Un dibattito che ha trasformato una semplice promessa d’amore in un caso sociologico nazionale.

La polemica scoppiata attorno a Per sempre sì, dice molto più del nostro tempo che della canzone stessa. Perché, a guardarla bene, non c’è nulla di scandaloso in quel testo. Non c’è violenza, non c’è dominio, non c’è minaccia. C’è semplicemente una cosa antichissima: un uomo che dice a una donna ti voglio sposare. Eppure questo basta, oggi, per scatenare analisi sociologiche, accuse di patriarcato, dissezioni simboliche come se fossimo davanti a un trattato ideologico e non a una canzone d’amore.

Il problema è che abbiamo sviluppato una sorta di metal detector morale che scatta ogni volta che qualcuno parla di amore senza tutte le cautele teoriche richieste dal clima culturale del momento. Se un uomo ama troppo, è possesso. Se promette per sempre, è oppressione. Se parla di matrimonio, è asimmetria simbolica. Così una promessa diventa un caso culturale e una dichiarazione d’amore finisce sotto interrogatorio. E allora viene da chiedersi in che mondo siamo finiti se persino dire “per sempre” genera paura.

La verità è che il romanticismo è diventato sospetto. Per secoli è stato uno dei grandi motori dell’immaginario europeo, la materia di cui sono fatti romanzi, poesie, melodrammi, promesse davanti a Dio e davanti alla vita. Oggi invece sembra quasi un comportamento da giustificare. Il paradosso è evidente: per anni abbiamo raccontato una società liquida, fragile, incapace di legami duraturi, una società che scappa dalle promesse e vive nel provvisorio permanente. Poi arriva una canzone che dice semplicemente “per sempre” e improvvisamente il problema diventa proprio quella parola.

E allora si scopre che il vero scandalo non è l’amore violento, che ovviamente esiste e va combattuto senza esitazioni, ma l’amore dichiarato, quello che osa dire che due persone vogliono restare insieme per tutta la vita. È come se la nostra epoca tollerasse qualsiasi forma di instabilità sentimentale ma provasse un certo imbarazzo davanti alla durata. La promessa sembra quasi una forma di arroganza. Come se l’essere umano non potesse più permettersi di dire “io resto”.

Eppure l’Italia reale, quella che non vive dentro le polemiche social, continua a emozionarsi davanti a una promessa. Continua a sposarsi, a festeggiare anniversari, a costruire famiglie, a pronunciare quella parola enorme che è “per sempre” sapendo benissimo che è una parola rischiosa. Perché promettere non è un gesto di potere. È un gesto di vulnerabilità. Significa esporsi alla possibilità di fallire, di soffrire, di dover mantenere quella promessa anche quando la vita diventa difficile. È forse l’atto più anti-cinico che esista.

Forse è proprio questo che oggi disturba. In un’epoca che ha fatto dell’ironia e della distanza emotiva una forma di protezione permanente, il romanticismo appare quasi imbarazzante. L’idea stessa di una felicità semplice – una casa, una famiglia, una promessa mantenuta nel tempo – sembra diventata sospetta. Eppure per secoli queste cose non sono state il simbolo dell’oppressione ma della civiltà. Hanno costruito comunità, storie familiari, memorie condivise.

Per questo una canzone come Per sempre sì appare quasi archeologica. Non perché non dica nulla di nuovo, ma perché ricorda qualcosa che molti hanno smesso di urlare ad alta voce. Che l’amore non è solo libertà. È anche scelta. È anche fedeltà. E a volte, con una certa incoscienza meravigliosa, è perfino la decisione di pronunciare la parola più grande che esista.

Per sempre.

La Motivazione: Il Vero Motore del Nostro “Buoncammino”

di Maria Giusy Rosamondo

299 parole, tempo di lettura 2 minuti

Spesso ci chiediamo cosa manchi davvero nella vita di chi sembra “trascinarsi” senza una meta. Guardando il nuovo film di Checco Zalone, Buen Camino, emerge un aspetto che come psicologa e come persona mi sta molto a cuore: la mancanza di una reale motivazione trasforma l’esistenza in una recita superficiale, dove si sperpera il tempo (e non solo il denaro) in attesa di un senso che non arriva mai.

Il protagonista ci mostra chiaramente questo vuoto: è il classico “figlio di papà”, un vitellone che vive di inerzia. Ma il film ci insegna che il cambiamento non è un miracolo, è un processo. È solo attraverso il cammino — inteso come fatica, condivisione e riscoperta dei legami — che nasce una motivazione diversa.

Senza la motivazione giusta non si riesce a fare un giusto percorso.

Ma da dove nasce questa spinta? La riflessione centrale che dobbiamo porci è che la motivazione è strettamente determinata dai nostri sogni. È il sogno a definire la meta: senza un desiderio profondo da inseguire, la motivazione resta un motore spento. Coltivare i propri sogni non è un esercizio astratto, ma un atto di salute psicologica, perché è proprio verso quel sogno che orientiamo i nostri passi e troviamo l’energia per superare le difficoltà.

Questo concetto diventa potente quando vediamo il padre del protagonista, malato terminale. La sua ripresa non è solo clinica, è emotiva: quando vede che il figlio finalmente “prende in mano” la sua vita, realizzando un nuovo scopo, si riaccende in lui quella scintilla vitale che era spenta.

Con l’Associazione Laterza Rosamondo APS, lavoriamo proprio su questo: insegniamo a coltivare nuovamente i propri sogni per ritrovare quella motivazione che permetta di non essere più spettatori superficiali della propria vita, ma protagonisti consapevoli del “buon” cammino che serve per realizzarli.

Psicoteatro: due prospettive per un’unica esperienza di crescita

Lo Psicoteatro della Laterza Rosamondo APS nasce dall’incontro di due sguardi complementari: quello clinico, che aiuta a riconoscere emozioni, blocchi e paure, e quello teatrale, che offre alla persona un luogo sicuro dove provarsi, sperimentarsi e riscriversi.
Nel nostro metodo, psicoterapia e drammaturgia non si sovrappongono: si illuminano reciprocamente.
La scena diventa uno spazio di verità, la parola un ponte tra ciò che si sente e ciò che si può diventare.
Queste due voci – quella della psicoterapeuta e quella del drammaturgo – raccontano insieme il senso di un percorso che non insegna a recitare, ma a riabitare se stessi.

Il teatro come palestra emotiva

di Maria Giusy Rosamondo, psicoterapeuta – Laterza Rosamondo APS

Il teatro, da sempre, è uno spazio di metamorfosi: entri come te stesso, esci come qualcun altro. Ma proprio per questo, per molte persone che vivono ansia sociale, vergogna, blocchi emotivi o sintomi come l’eritrofobia, il teatro rischia di diventare una falsa soluzione: una maschera che permette di stare al mondo solo mentre la si indossa.

Lo vedo spesso nel mio lavoro clinico. Un paziente – brillante, sensibile, con una lunga esperienza nelle compagnie teatrali amatoriali – mi ha raccontato che da anni usa il palcoscenico come rifugio: nella vita quotidiana arrossiva continuamente, anche nelle situazioni più semplici; in scena, invece, mai. Sul palco era libero, impavido. Nella vita reale, trattenuto.

Dopo un anno di lavoro, oggi gli episodi di eritrofobia sono quasi scomparsi. Ma ciò che è cambiato davvero non è la sua tecnica teatrale: è il modo in cui vede sé stesso.

Durante un colloquio mi ha detto: “Per me il teatro è una maschera che mi protegge.”

Lo è, infatti. Ma una maschera – se rimane solo quello – non cura. Divide.

Da una parte il ruolo, il personaggio, il “sé performante”.

Dall’altra il “sé reale”, che fuori dal palco continua a sentirsi fragile.

Ed è qui che nasce la differenza tra fare teatro e fare psicoteatro.

Il teatro apre una porta. Lo Psicoteatro ti insegna ad attraversarla.

Il teatro tradizionale è uno strumento straordinario per accedere alle emozioni, uscire dalla timidezza, sperimentare mondi possibili.

Ma rischia di restare un’esperienza “protetta”, circoscritta, che funziona solo lì dentro.

Lo Psicoteatro, invece, introduce un elemento nuovo e decisivo:

La presenza del terapeuta dentro la relazione scenica.

Questo permette due livelli di lavoro:

1. Mettere in scena “qualcun altro” (la maschera, il ruolo)

Qui il teatro funziona come sempre: si impara a gestire la voce, il corpo, l’emozione che appartiene a un personaggio. Si sperimenta il coraggio che il ruolo permette.

Ma non ci si ferma qui.

2. Mettere in scena il proprio vero sé (la parte che nella vita si nasconde)

Qui entra in gioco la terapia: il conduttore aiuta l’allievo a vedere quando sta recitando e quando sta finalmente esprimendo sé stesso.

A riconoscere dove nasce la paura, dove si nasconde l’autenticità, dove il personaggio sta sostituendo la persona.

Lo Psicoteatro diventa così un laboratorio di verità:

la scena non è più un altare in cui rifugiarsi, ma uno specchio sicuro dove imparare a portare se stessi nel mondo reale.

Dal personaggio alla persona: il passaggio che cura

Quando una persona comprende – attraverso l’esperienza concreta della scena – che può esistere senza maschera, allora accade qualcosa di raro:

la sicurezza che provava solo sul palco comincia a trasferirsi nella vita quotidiana.

Per questo diciamo che il teatro è una porta.

Ma è lo Psicoteatro a insegnare come aprirla davvero.

Per chi è utile lo Psicoteatro?

Lo Psicoteatro è indicato per chi vive:

  • ansia sociale
  • difficoltà a parlare in pubblico
  • timidezza marcata
  • eritrofobia e sintomi psicosomatici legati alla vergogna
  • blocchi emotivi o espressivi
  • difficoltà a gestire i rapporti interpersonali
  • bisogno di ritrovare autenticità e sicurezza

Non richiede esperienza teatrale.

Non richiede “saper recitare”.

Richiede solo la disponibilità a mettersi in gioco.

La visione della Laterza Rosamondo APS

Nel nostro approccio, il teatro non è mai un fine: è un mezzo di conoscenza di sé, guidato da una professionista della salute mentale e inserito in un contesto associativo orientato al benessere psicologico, alla creatività e all’espressione autentica.

Lo Psicoteatro non insegna a “fare l’attore”.

Insegna a smettere di sentirsi un attore nella propria vita.

È il luogo in cui la maschera – invece di proteggerti – finalmente cade.

E dove la persona, finalmente, si scopre più forte del personaggio.

La scena come luogo di crescita personale

di Damiano Laterza, drammaturgo e regista – Laterza Rosamondo APS

Lo Psicoteatro non si basa soltanto sugli strumenti della psicoterapia: vive anche della struttura, del ritmo e dell’immaginazione propri della drammaturgia.
La scena, il testo, il personaggio e il gesto non sono ornamenti artistici: sono strumenti operativi che aiutano chi partecipa a osservare sé stesso da nuove prospettive, a sciogliere nodi emotivi e a sperimentare nuove possibilità relazionali.

Questo approccio non trasforma i partecipanti in attori, né punta alla costruzione di uno spettacolo.
Costruisce spazi pratici per vedersi meglio e per imparare a stare nel mondo con meno rigidità e più consapevolezza.

La drammaturgia come strumento di chiarezza

Le piccole strutture sceniche – dialoghi essenziali, micro-monologhi, situazioni simboliche – servono a dare forma a ciò che nella vita quotidiana resta confuso o indistinto.

La scena diventa uno strumento per:

  • identificare un’emozione
  • darle una struttura e un linguaggio
  • osservarla da fuori
  • riconoscerne i meccanismi

In questo modo il partecipante “vede” ciò che di solito subisce.

Il personaggio come lente (non come maschera)

Nel nostro metodo, il personaggio amplifica ciò che nella vita si riduce a reazione automatica.
Non protegge, rivela.

Permette di:

  • isolare un’emozione specifica
  • sperimentarla in sicurezza
  • comprendere dove finisce il ruolo e dove comincia la persona

Per chi vive ansia sociale, vergogna o difficoltà nel gestire il giudizio degli altri, questa distinzione è spesso la chiave del cambiamento.

La scena come palestra emotiva

La guida registica non punta alla “performance”, ma alla possibilità di esplorare scenari, risposte, gesti e posizioni relazionali mai provate prima.

Ogni micro-scena offre la possibilità di:

  • interrompere automatismi
  • testare comportamenti nuovi
  • misurare il proprio impatto sugli altri
  • esercitare presenza e ascolto
  • ricevere un feedback immediato e concreto

La scena diventa un campo di esperienza dove si può tentare senza rischiare.

Dalla scrittura alla vita: l’integrazione con la Scrittura Creativa Clinica

Una parte importante del nostro metodo deriva dalla Scrittura Creativa Clinica, già presente nei percorsi dell’Associazione.
Qui la scrittura non è un esercizio letterario: è un atto di riorganizzazione interna.

Nel contesto dello Psicoteatro, questo significa:

  • trasformare un’emozione in immagine
  • trasformare un’immagine in parola
  • trasformare la parola in scena
  • trasformare la scena in consapevolezza

Il foglio e il palco dialogano: ciò che si scrive si prova, ciò che si prova si riscrive, ciò che si riscrive spesso diventa la prima forma di una nuova narrazione personale.

Il partecipante impara che la storia che racconta in scena è, in parte, la storia che vive.
E può cambiarla.

Cosa riceve chi partecipa al nostro Psicoteatro

Il percorso offre:

  • strumenti teatrali semplici e accessibili
  • integrazione tra psicoterapia, drammaturgia e scrittura clinica
  • una lente per distinguere il ruolo dall’identità
  • una palestra emotiva dove sperimentare nuove possibilità
  • un ambiente protetto, non giudicante
  • la possibilità di trasformare la scena in una prova generale della vita reale
  • un linguaggio nuovo per nominare ciò che spesso resta muto

Il risultato più frequente è una maggiore libertà nelle situazioni che prima generavano blocco, vergogna o paura.

Un laboratorio, non uno spettacolo

Lo Psicoteatro della Laterza Rosamondo APS non cerca performance.

Cerca processi.
Non cerca attori.
Cerca persone che vogliono tornare a sentirsi integre.

La drammaturgia qui non serve a “far finta”: serve a far emergere.

E quando emerge ciò che conta, la persona non recita più la propria vita:
comincia semplicemente a viverla.


Novembre 2025

Perché i ragazzi di oggi temono così tanto di “essere cringe”?

Negli ultimi anni, nelle conversazioni con le adolescenti che seguo – comprese le mie figlie e le loro amiche – è emerso con forza un termine nuovo: “cringe”. Per loro significa qualcosa di più profondo di “imbarazzante”: è la paura di essere giudicate, di mostrarsi, di esporsi. La parola stessa è diventata uno specchio di un vissuto più complesso, profondamente intrecciato con l’esperienza digitale della loro generazione.

La cultura digitale e l’evitamento del giudizio

Oggi i giovani non vivono i social come facciamo noi boomer: non pubblicano continuamente post o selfie e tendono a evitare contenuti troppo personali o espressivi. Questo fenomeno è stato osservato anche nella cultura online, dove molti adolescenti preferiscono profili senza post pubblici, o condividono contenuti solo in cerchie ristrette o a tempo, per evitare l’attenzione diretta di un pubblico ampio e giudicante.

In questo contesto, l’idea di “essere cringe” non è solo imbarazzo: è una paura sociale anticipatoria di essere criticati, derisi o fraintesi. Questa ansia di giudizio può contribuire a una forma di autocensura, dove i ragazzi si trattengono dal fare, dire o mostrare cose che li renderebbero vulnerabili.

Non solo timidezza: l’effetto sociale dei media

La ricerca psicologica indica che il confronto sociale costante nei social media può portare gli adolescenti a sentirsi insicuri sull’immagine che presentano, confrontandosi con versioni idealizzate di altri coetanei. Questo processo di social comparison può alimentare ansia sociale e paura di apparire “strani” o non accettati.

Non si tratta necessariamente di un disturbo clinico come la fobia sociale, ma di una forma diffusa di ansia da prestazione sociale, esacerbata dall’esposizione digitale: parlare in pubblico, pubblicare una foto o anche solo dire qualcosa di personale può sembrare rischioso.

Il ruolo del linguaggio generazionale

Il termine cringe è entrato nello slang dei giovani proprio perché descrive una sensazione condivisa: qualcosa di così imbarazzante da far provare una reazione corporea di disagio. Ma la società digitale ha amplificato questa esperienza: il rischio che un’azione venga catturata, commentata o condivisa rende ogni espressione più “pubblica” e meno privata.

Questo non significa che i ragazzi non siano creativi o non vogliano esprimersi. Piuttosto, hanno sviluppato un’ipervigilanza sociale: sono molto consapevoli dell’opinione altrui e spesso preferiscono restare in zone sicure, evitando di esporsi apertamente.

Una nuova forma di autenticità

Paradossalmente, molti giovani usano questa avversione per il cringe come una forma di autenticità: non perché temano l’imbarazzo fine a sé stesso, ma perché vogliono evitare l’artificio, il falso o l’esibizionismo. In alcune comunità online, l’attenzione si è spostata da un’esposizione continua alla ricerca di connessioni sincere, piccole cerchie di fiducia, comunicazioni private o semi-private.

Conclusione: tra timidezza e nuova socialità

Questa paura di essere cringe, sebbene sembri un fenomeno di costume, riflette ansie sociali reali e profonde. Non è soltanto timidezza adolescenziale: è il segno di una generazione che sta navigando l’autenticità e la vulnerabilità in un ambiente digitale iper-esposto.
Per noi adulti e genitori, il compito non è eliminare la paura, ma comprenderla e accompagnare i ragazzi a esplorare la loro espressione con coraggio, consapevolezza e capacità critica, ricordando sempre che esprimersi non è sinonimo di essere giudicati, ma di essere – semplicemente – umani.

Quella volta che ho scritto invece di urlare (e ho salvato la mia sanità mentale)

→ E perché la Scrittura Creativa Clinica può fare lo stesso per te

Ci sono giorni in cui ti senti una pentola a pressione.
Hai emozioni che spingono da dentro, parole che non sai dire, pensieri che girano in testa come un frullatore senza coperchio. E ti sembra di dover esplodere da un momento all’altro.

Poi, un giorno, invece di urlare… hai scritto.
E qualcosa, magicamente, si è allentato.

Perché?
Perché quando scriviamo, ci liberiamo.

La scrittura Creativa Clinica non è “scrivere bene”.
Non è letteratura, non è estetica, non è saper mettere le virgole giuste.

È un atto di sopravvivenza emotiva.

Cosa succede quando metti nero su bianco ciò che provi

Quando scrivi, il caos dentro di te prende forma.
Le emozioni non ti inseguono più: ti parlano.

È neuroscienza, non poesia.
Damiano Laterza e Maria Giusy Rosamondo – gli ideatori della scrittura creativa clinica – hanno dimostrato che bastano 15 minuti al giorno per:

  • abbassare lo stress
  • migliorare il sistema immunitario
  • aumentare la chiarezza mentale
  • sciogliere nodi emotivi bloccati da anni

Scrivere crea ordine dove c’è confusione.
Dà voce a ciò che non riesci a dire.
Ti permette di capire chi sei veramente, quando gli altri smettono di ascoltare e tu smetti di scappare.

Cinque tecniche che cambiano la vita (sul serio)

Dump emotivo del mattino: 3 pagine senza filtri = cervello più leggero.
La lettera che non invierai mai: liberatoria come una tempesta che si sfoga e poi si placa.
Dialogo con l’emozione: ansia, rabbia, tristezza diventano personaggi… e smettono di dominarti.
Riscrittura della storia: trasformi un evento doloroso in qualcosa che non ti schiaccia più.
Gratitudine onesta: non zucchero, ma verità.

La scrittura non giudica, non punisce, non abbandona.
È lo spazio più sicuro che hai per ascoltarti davvero.

Ma c’è qualcosa di ancora più potente: farlo dentro un percorso guidato.


SCRITTURA CREATIVA CLINICA

Riscrivi la tua storia. Trasforma la tua vita.

Dalla collaborazione tra una psicoterapeuta e uno scrittore nasce un metodo unico in Italia:
la Scrittura Creativa Clinica.

Non un semplice corso.
Non un laboratorio di scrittura.
Non una terapia classica.

È un percorso che unisce psicoterapia, narrativa, creatività, neuroscienze e intelligenza artificiale per aiutarti a raccontare la tua storia in modo nuovo, onesto, liberatorio.

Perché a volte, per guarire, non serve parlare.
Serve scrivere.

Cosa ottieni davvero

✔ Un metodo esclusivo per esplorare e rielaborare la tua storia
✔ Strumenti emotivi concreti per capirti meglio
✔ Il potere terapeutico della scrittura guidata
✔ Un possibile manoscritto trasformabile in libro
✔ Un attestato rilasciato dall’Associazione Laterza Rosamondo
✔ La possibilità di lavorare sulla tua storia personale, familiare o di coppia

Non devi essere uno scrittore.
Non devi sapere “fare bene”.
Devi solo essere pronto a sentire.

Come funziona il percorso

Due formule:

Percorso individuale

– sessioni settimanali
– su misura per la tua storia
– online o in presenza

Percorso di gruppo (3 mesi)

– incontri serali da 2,5 ore
– max 15 partecipanti
– cicli a gennaio, aprile, settembre

La scrittura diventa lo strumento, la terapia il contenitore, la creatività la spinta.

E la tua storia… finalmente la tua.


Se senti che questo pezzo parla a una parte di te che hai ignorato per troppo tempo, non rimandare.

Le parole che oggi non scrivi potrebbero essere quelle che ti salvano domani.


CHIAMA LO 06 24407045 PER INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI

Ci siamo persi tra pannolini e biberon: lettera d’amore a tutte le coppie diventate coinquilini

→ E perché un weekend di Manutenzione può salvarvi prima che sia tardi

Vi ricordate quando eravate alleati, complici, amanti?
Quando bastava uno sguardo per capirvi, quando la spontaneità non aveva bisogno di incastri logistici, quando bastava una cena improvvisata per sentirvi vivi?

Poi sono arrivati i figli.
E insieme a loro, la gioia immensa… e lo tsunami emotivo, fisico, organizzativo che nessuno racconta davvero.

All’inizio dite: “Passerà”.
Poi dite: “È solo una fase”.
Poi un giorno vi accorgete che quella “fase” dura da anni. E senza volerlo, vi siete trasformati da amanti a coinquilini.

Quando la coppia scompare dietro la famiglia

Succede a tutti, più spesso di quanto si ammetta.

Le vostre conversazioni sono diventate liste della spesa?
Le vostre serate finiscono alle 21:30, addormentati sul divano?
Il romanticismo è stato sostituito da logistica, compiti, riunioni scolastiche e “chi porta Marco al calcio?”

Non è colpa vostra.
Semplicemente, la coppia non sopravvive da sola al peso della quotidianità.

Il problema nasce quando smettete di parlarvi, di toccarvi, di desiderarvi. Quando il partner non è più il partner, ma la persona con cui condividete bollette, figli e stanchezza.

E la crisi, silenziosa, inizia proprio lì.

Ritrovarsi è possibile. Ma non accade per miracolo.

Bisogna fermarsi.
Guardarsi.
Riprendersi un tempo che siete convinti di non avere.

È per questo che nasce Manutenzione della Coppia:
non un weekend per “scappare dai figli”, ma per ritrovarvi come coppia, prima che sia troppo tardi.


MANUTENZIONE DELLA COPPIA

Un weekend a Roma per riscoprirsi, riconnettersi, riaccendersi

Un viaggio di tre giorni nella città eterna, ma soprattutto dentro la vostra storia d’amore.
Un percorso pensato per ristabilire equilibrio, desiderio, comunicazione e complicità.

✔ Sessioni con una psicoterapeuta di coppia

Per comprendere lo stato reale del vostro rapporto, individuare blocchi, ricostruire un dialogo autentico e introduurre nuovi modi – sani, moderni, concreti – di stare insieme.
Una vera manutenzione relazionale e sessuale.

✔ Tour della Roma romantica

Guidati da un giornalista e critico d’arte che saprà trasformare la città in una metafora della vostra storia.

✔ Soggiorno di 2 notti nella Residenza “La Finestra sul Nasone”

Ambienti curati, intimi, accoglienti: lo spazio perfetto per ritrovarsi.

✔ Massaggio di coppia

Per sciogliere il corpo, alleggerire la mente e riattivare l’intimità.


Perché questo weekend funziona davvero

Perché vi toglie dal pilota automatico.
Perché vi rimette uno di fronte all’altro, senza distrazioni.
Perché vi ricorda che essere una coppia non è ciò che accade “quando avanza tempo”, ma ciò che permette alla famiglia di esistere.

Una coppia che funziona non ruba nulla ai figli:
gli dona stabilità, sicurezza, amore.


Il programma del weekend

Giorno 1: Aperitivo di benvenuto + tempo libero per la città.
Giorno 2:
– sessioni individuali con la psicoterapeuta
– restituzione e indicazioni per la coppia
– tour della Roma romantica
– massaggio di coppia
Giorno 3: restituzione finale + orientamento per il futuro
Follow-up un mese dopo


Se sentite che vi state perdendo, questo è il momento di ritrovarvi.

Non aspettate la crisi, non aspettate il silenzio, non aspettate la distanza.
Rialzatevi insieme.
Ripartite.
Ricordatevi chi siete l’uno per l’altro.


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Ho 500 amici online ma piango da sola: la verità nascosta dietro i filtri perfetti

→ E perché ElevaTe può essere il punto di svolta per chi sta crescendo in silenzio

Apri Instagram e in pochi secondi sei sommerso da vite perfette.
Loro: sorrisi smaglianti, corpi scolpiti, viaggi da sogno.
Tu: nel tuo mondo reale, con il cuore che a volte pesa più del telefono che stringi in mano.

Non lo dici a nessuno, ma spesso basta uno scroll per sentirti “meno di”.
Meno bello, meno interessante, meno forte, meno tutto.

Benvenuto nell’era in cui abbiamo 500 amici online, ma nessuno che ci chieda davvero come stiamo.
Un mondo in cui la solitudine è diventata un’emozione collettiva, ma vissuta individualmente.

La trappola del confronto digitale

Sui social confrontiamo il nostro dietro le quinte con il red carpet degli altri.
Quello che vediamo è un 5% scelto, filtrato, montato.
Il resto – dubbi, insicurezze, pianti, paure, acne, fragilità – resta nascosto.

Il problema è che il nostro cervello ci casca sempre.
Ogni confronto attiva gli stessi circuiti dello stress cronico.
Risultato?
Ansia, senso di inadeguatezza, fame di approvazione, bisogno disperato di like per sentirsi “visti”.

E così ci ritroviamo a vivere una doppia vita:
quella che mostriamo al mondo e quella che viviamo davvero.

Quando i like non bastano più

Quando controlli ossessivamente le notifiche.
Quando il tuo umore cambia in base ai follower.
Quando ti chiedi: “ma io, chi sono davvero senza uno schermo davanti?”

È lì che serve uno spazio protetto, reale, umano.
Un luogo dove non devi essere perfetto, ma vero.
Un posto in cui la tua voce, la tua storia e il tuo corpo non vengono giudicati, ma ascoltati.

Ed è qui che entra in gioco ElevaTe.


ElevaTe: Scopri il Tuo Potenziale

Il corso che ti aiuta a ritrovarti davvero, oltre i filtri, oltre i giudizi, oltre il rumore dei social

ElevaTe nasce per gli adolescenti e i giovani adulti che stanno crescendo in un’epoca difficile, in un mondo dove tutti parlano ma pochi ascoltano.

Un corso pensato per:

  • chi si sente inadeguato guardando gli altri
  • chi vive ansie legate al corpo, al giudizio, alla performance
  • chi sente di avere un potenziale ma non riesce ad esprimerlo
  • chi vuole capire chi è, davvero
  • chi vuole imparare a piacersi, dentro e fuori

ElevaTe non è una lezione: è un viaggio.

Un percorso di 10 settimane dove:

  • una psicoterapeuta ti guida a esplorare emozioni e identità
  • un trainer ti aiuta a riconnetterti al corpo
  • un autore ti aiuta a raccontarti senza paura
  • una make-up artist (quando disponibile) ti mostra come prenderti cura di te in modo sano e autentico

Un mix nuovo, potente, moderno.
Non un corso “per chi ha problemi”, ma per chi vuole capire chi è diventando.


Perché ElevaTe è diverso da tutto ciò che hai provato prima

✔ Perché si basa sull’idea che sei già abbastanza. Devi solo scoprirlo.
✔ Perché unisce mente, corpo e creatività.
✔ Perché nasce per questa generazione, non per quella dei genitori.
✔ Perché non parla “dei giovani”, ma “con i giovani”.
✔ Perché crea un gruppo, una tribù, una piccola comunità vera.
✔ Perché ti aiuta a spegnere il rumore fuori e ad accendere la voce dentro.


Dove si svolge

Nel cuore del suggestivo borgo delle Vigne Alessandrine, nei locali Laterza Rosamondo:
un’oasi tranquilla, sotto il profilo di un antico acquedotto romano, ma a due passi dalla vitalità di Torpignattara.
Un luogo perfetto per scoprire chi sei, lontano dalla pressione dei social.


Se senti che questo pezzo parla anche un po’ di te, non ignorare quella sensazione.

Non devi farcela da solo.
Non devi essere perfetto.
Devi solo essere disposto a conoscerti davvero.

ElevaTe è il posto giusto per farlo.


CHIAMA LO 06 24407045 PER INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI

Quando amare i propri figli non basta più: perché ogni genitore ha bisogno di “manutenzione”

Essere genitori è meraviglioso, sì. Ma può anche essere estenuante, disorientante, a tratti perfino doloroso.
Capita, prima o poi, di sentirsi come una batteria che non riesce più a ricaricarsi: si ama profondamente la propria famiglia, eppure qualcosa non funziona più. La fatica diventa cronica, il sorriso si spegne, il senso di colpa cresce.

Questo si chiama burnout genitoriale.
E non è “stanchezza”.
È una frattura interna che molti genitori vivono in silenzio.

I segnali che non dovremmo ignorare

Il burnout genitoriale nasce quando:

  • ti senti svuotato emotivamente, come se non avessi più nulla da dare
  • provi distacco verso i figli (e poi ti rimproveri per questo)
  • ti senti un genitore diverso da quello che sognavi di essere
  • ogni piccola richiesta quotidiana ti sembra una montagna
  • ti ritrovi a fantasticare sulla fuga, anche solo per cinque minuti di pace

Non è mancanza d’amore.
È mancanza di respiro.

Come si esce da questa spirale

Si può guarire. Ma non da soli, e non continuando a “stringere i denti”.
Servono cura, tempo, ascolto, strumenti. E soprattutto uno spazio dove fermarsi e guardare la propria genitorialità da fuori, con qualcuno che accompagna senza giudicare.

Ed è precisamente da questa intuizione che nasce il nostro percorso:


MANUTENZIONE DELLA GENITORIALITÀ

Weekend esperienziale a Roma – un check-up completo del benessere familiare

A volte basta staccare, cambiare luogo, respirare.
Altre volte serve essere presi per mano da chi sa leggere ciò che in famiglia non si vede più: i blocchi, le ferite, le dinamiche invisibili che consumano energie e affetto.

Con “Manutenzione della Genitorialità” abbiamo trasformato un semplice weekend in un’esperienza di cura profonda, dedicata ai genitori e ai figli.

✔ Una psicoterapeuta familiare al tuo fianco

Durante il percorso, una professionista valuterà lo stato di salute della vostra genitorialità, restituendo indicazioni pratiche, personalizzate e subito applicabili.

✔ Una Roma raccontata per le famiglie

Un giornalista e critico d’arte vi accompagnerà in un tour sorprendente della “Roma familiare”: storie, luoghi e simboli che parlano di crescita, legami, passaggi di vita.

✔ Una casa studiata per accogliere

Due notti nella residenza “La Finestra sul Nasone”: un ambiente curato, calmo, funzionale, pensato per farvi sentire protetti e ascoltati.


Perché farlo? Perché essere genitori non significa saper andare avanti sempre e comunque.

Si attraversano notti insonni, capricci, adolescenze turbolente, prime separazioni, nidi vuoti.
Ogni fase ha la sua fatica.
Ogni fase merita ascolto.

Spesso agiamo in automatico, sperando di fare la cosa giusta senza sapere davvero se lo sia. Un weekend così permette alle famiglie di risintonizzarsi, capire cosa non funziona e ripartire con più chiarezza e più amore.


Il programma del weekend

Giorno 1 — Arrivo e conoscenza
Aperitivo/merenda di benvenuto, in un clima rilassato per conoscere la vostra storia familiare.

Giorno 2 — Le sessioni di lavoro
Due incontri mirati: prima con i genitori, poi con i figli.
Restituzione della psicoterapeuta con strategie pratiche.
A seguire, il tour guidato della Roma “a misura di famiglia”.

Giorno 3 — La firma del Patto Familiare
Sessione conclusiva e creazione del vostro “Patto familiare”, simbolico ma potentissimo.
Incluso follow-up online a un mese.


Perché questo percorso funziona?

Perché non parla di perfezione, ma di presenza.
Perché non giudica, ma accompagna.
Perché non dà soluzioni generiche, ma strumenti concreti e personalizzati.

Perché un genitore che sta bene è il più grande atto d’amore verso i propri figli.

CHIAMA LO 06 24407045 PER INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI

Alle mie figlie, ai miei tesori

Ci sono incontri che ti cambiano senza che tu te ne accorga subito. Uno dei miei è stato con Alejandro Jodorowsky, filosofo, regista, scrittore, sciamano contemporaneo.
Lo vidi più volte, in anni diversi della mia vita, e ogni volta sembrava sapere già cosa avevo nel cuore prima ancora che io aprissi bocca.

Un giorno gli chiesi una cosa semplice, quasi banale:
“Come si fa a non perdersi nella vita?”

Non volevo una frase magica, né una parabola piena di simboli.
Volevo qualcosa che funzionasse davvero.

Lui chiuse gli occhi un momento, respirò come fanno i saggi che sanno sempre troppo e poi mi regalò tre idee che io, oggi, voglio lasciare a voi.


1. “Muoviti. Non aspettare di sentirti pronto.”

Mi disse che la gente rimpiange più ciò che non prova che ciò che sbaglia.
Che anche un passo incerto è meglio di mille pensieri perfetti rimasti nella testa.

Da allora ho capito che il futuro ama chi lo attraversa, non chi lo osserva.

Perciò, mie piccole grandi donne:
scegliete, tentate, partite.
Il coraggio non viene prima: viene dopo.


2. “Non desiderare cose che ti rimpiccioliscono.”

Mi spiegò che i desideri che parlano solo di noi stessi diventano gabbie.
Si restringono, soffocano, diventano stanze senza finestre.

Desiderate cose che allargano il mondo, non che lo stringono.
Cose che sollevano anche gli altri mentre sollevano voi.

La vittoria migliore è quella in cui nessuno perde.


3. “Non vivere nel personaggio che altri hanno scritto per te.”

Disse che ognuno di noi rischia di diventare ciò che gli altri si aspettano:
la figlia perfetta, la brava studentessa, la bella persona educata, la donna che “deve essere così”.

Una trappola sottile.

“Trova il tuo tono”, mi disse.
“La tua danza. La tua verità.”

E non permettete mai che il mondo vi faccia interpretare un ruolo che non avete scelto.


Le tre bussole che vi lascio

A volte la vita si farà pesante. Capiterà a chiunque.
E in quei momenti ricordatevi queste tre cose che lui regalò a me e che io ora regalo a voi:

Avanzare.
Allargare.
Essere vere.

Se saprete fare questo, figlie mie, non vi perderete.
E anche se vi capiterà — succede a ogni essere umano — saprete ritrovarvi.

Perché dentro di voi c’è una direzione che nessuno può spegnere.
È vostra. Solo vostra.
E io, per quanto lontano o vicino, sarò sempre lì a custodirla.

Con tutto l’amore che esiste,
Papà

Fuori dal Matrix, dentro la foresta

Un racconto sulla libertà e le sue conseguenze

Li chiamano “i selvaggi del Vastese”. Vivono tra le querce, con il vento che soffia nei capelli dei bambini e il sole che filtra come una benedizione laica. Non hanno mutui, non hanno bollette, non hanno ansia da scadenze, da Excel, da “password errata”. Hanno scelto la libertà. E in Italia, la libertà è un reato.

Lo Stato — che vive di bollette, di interessi, di rate, di multe, di assicurazioni, di contratti da firmare con la penna della resa — non sa come catalogarli. Una famiglia che non consuma non esiste, una famiglia che non produce tasse non respira. Non hanno la carta fedeltà della vita moderna, non ingrassano il maiale burocratico, non nutrono i partiti.

E allora sì, bisogna togliergli i figli.

Perché se non sei schiavo, sei pericoloso. Perché se non hai debiti, sei una minaccia. Perché se i tuoi bambini non conoscono la campanella, la merendina confezionata e l’ora di religione, allora stai “negando loro un futuro”. Il futuro. Questa parola ipnotica che ormai non vuol dire più nulla. Il futuro dei nostri figli è fatto di tablet, di doposcuola, di psicologi, di 40 ore a settimana in classe e altre 10 a casa, di diagnosi che diventano identità: DSA, ADHD, BES. Sigle come collane al collo. I genitori corrono, corrono sempre, taxi umani per figli esausti. E chiamano tutto questo “socializzazione”.

Intanto, nel bosco, tre bambini imparano che il pane nasce dalla farina, non dal supermercato. Che l’acqua si tira su da un pozzo, non da una bolletta. Che la notte non è buia: è viva. Eppure qualcuno, con la giacca grigia dell’istituzione, scrive che vivono “in isolamento”. Isolati da chi? Dai centri commerciali, forse. O dai notiziari a loop?

Certo, la loro favola non è perfetta. Verrà un giorno in cui quei bambini dovranno confrontarsi con il mondo degli altri. Sarà uno shock. La società li masticherà, e sputandoli dirà che erano “illusi”. Forse sì. Ma chi non lo è? Meglio essere illusi dal canto degli uccelli che dal jingle delle pubblicità. Si dice che non fanno homeschooling, ma “unschooling”. Che non seguono il programma del Miur. Ma forse non serve un decreto ministeriale per imparare la pazienza, la fatica, la cura. Forse sapere quanti sono gli stati dell’Unione Europea vale meno di sapere riconoscere un fungo velenoso — e, ironia della sorte, proprio un fungo velenoso ha fatto scattare la loro condanna sociale.

Li accusano di vivere fuori dal sistema. Io dico: magari avessimo tutti quel coraggio. Non è una storia di ribellione. È una storia di sottrazione. Sottrarsi all’eccesso, all’urgenza, al rumore. Sottrarsi al calendario, ai bonus, ai like, alle mail. Sottrarsi persino alla paura del domani. Ma lo Stato non sa cosa fare di chi non ha paura. E allora interviene: con i fascicoli, con le indagini, con la retorica della tutela. Perché l’unico cittadino “sano”, per lo Stato, è quello stanco, indebitato e connesso.

Forse un giorno li vedremo tornare in città, con lo sguardo basso e la libertà spenta come un falò dopo la pioggia. Forse no. Forse continueranno a vivere lì, tra il legno e il vento, e i loro figli sapranno che la vita non è fatta per essere amministrata, ma abitata. Io, intanto, li invidio. Hanno fatto ciò che noi sogniamo davanti a uno schermo: uscire dal Matrix.

E, almeno per ora, respirano.